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Da una provincia di confine è il titolo della rubrica  sul nuovo “Zibaldoni e altre meraviglie”, la bella rivista letteraria online diretta da Enrico De Vivo (http://www.zibaldoni.it) che annovera tra i redattori Barbara Fiore, Brunella Antomarini, Giuseppe Dino Baldi, Paolo Morelli, Giacomo Verri, Walter Nardon e che ha avuto come collaboratori Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni.
Il titolo è fin troppo chiaro: “da quassù” (era un altro possibile titolo), cioè da un’ottica periferica, se non marginale, l’autore prova a raccontare la condizione (in senso soprattutto culturale) della provincialità.
Il primo contributo al nuovo, elegante “Zibaldoni” comincia così: 

Scusate, non voglio buttarmi a parlare per forza anch’io di provincia. Molti l’hanno già fatto, e bene, molti ancora lo stanno facendo. I territori bituminosi delle province di pianura e di montagna alimentano felicemente la letteratura italiana, e tanti hanno già riflettuto assai meglio di me su questo rapporto fecondo tra invenzione letteraria e geografie della provincia. Lo ha vissuto sulla propria pelle, per esempio, l’emiliano Silvio D’Arzo, o Ezio Comparoni (per tacere degli altri alias). In lui la provincialità era così profondamente radicata da spingerlo appunto a utilizzare diversi pseudonimi pur di non essere riconosciuto. Rintraccia le linee essenziali di questa liaison conflittuale l’introduzione di Ivan Tassi alle tre versioni del racconto “Casa d’altri” pubblicate con rigore filologico da Diabasis nel 2010. Nelle sue lettere all’editore Vallecchi, D’Arzo ha creato, attraverso finzioni biografiche, falsi dati anagrafici enom de plume, una ragnatela protettiva dalla notorietà di provincia, che gli suonava come una peste da cui difendersi negando, negando sempre di essere lui. Va bene, i suoi scrupoli erano effetto di un’evidente angoscia depressiva, coltivata nella solitudine di un pudore estremo che rifiutava veri rapporti umani. Ma la provincia che D’Arzo o Comparoni temeva, quella fatta di edicolanti e tabaccaie, parenti stretti e lontani, vicini di casa, amiche della madre, frequentatori di parrocchia, redattori di rivistine e via così, non era frutto delle sue nevrosi: è reale, ancor oggi, gode di invidiabile salute, esercita un perenne giudizio sulle cose del mondo che pure non sa mettere a fuoco e capire fino in fondo, e, concedendo allo scrittore del luogo (qui cito D’Arzo stesso) una fama da “campione ciclista cittadino” o da “tenore”, lo immiserisce, lo umilia, proprio perché non lo comprende. Meglio, ripeteva D’Arzo, l’anonimato continuamente verificato e messo a punto, meglio aggirarsi come un’ombra sconosciuta nelle vie troppo familiari.
La provincia (italiana, ma non solo) è vasta, multiforme, onnicomprensiva. Quello che vorrei tracciare in questa rubrica, se mi riesce, è invece un territorio più modesto e appartato, e assai meno conosciuto: è quella provincia di confine che, per effetto di Alpi o altri impedimenti geomorfologici, si trova circoscritta, rannicchiata su se stessa, lontano dalle grandi inquietudini della provincia di pianura. Ne so qualcosa perché ci vivo – soffrendo un po’, e allungando gli occhi, quando mi riesce, al di là del profilo dei monti (…).

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Dal febbraio 2015, Claudio Morandini collabora con la rivista bimestrale Diacritica, fondata da Maria Panetta e Matteo Maria Quintiliani e incentrata su filologia, critica letteraria e storia dell’editoria.

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Sul noto blog letterario Letteratitudine (http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/) Massimo Maugeri, a partire dal giugno 2010, ha affidato a Claudio Morandini la moderazione del forum sui rapporti tra musica e letteratura. In questi anni, il forum si è arricchito di numerosi interventi, interviste, annotazioni, suggerimenti, scambi di idee e qualche inevitabile azione di disturbo.

Su Letteratitudine News, che ha assunto nel tempo una veste da rivista letteraria più che da blog, compaiono con una certa frequenza pezzi non solo di argomento musicale firmati Claudio Morandini.

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“FuoriAsse”, la rivista culturale di Cooperativa Letteraria di Torino, ospita dal numero 7 recensioni e interviste a cura di Claudio Morandini.

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Dello Speciale n. 1 di FuoriAsse, dedicato al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Claudio Morandini è stato “responsabile di redazione”.

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Tutti i numeri della rivista sono scaricabili alla pagina http://cooperativaletteraria.it/index.php/cooplett-news.html.

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Sul n. 7 (luglio-agosto 2013) di CLE, la rivista di Cooperativa Letteraria riservata ai soci, compare un  contributo intitolato “Potrei raccontarvi” in cui sono rievocate certe lontane esperienze letterarie. Da ottobre 2013 la rivista è liberamente scaricabile dal sito di Cooperativa Letteraria.
Di seguito, la parte centrale del pezzo.

Da bambino, come tutti, amavo l’avventura, quella iperbolica e fracassona dei romanzi del ciclo di “Tarzan”. Quando la maestra ci portava a rifornirci di libri nella piccola biblioteca della scuola, io lì finivo, tra i romanzi di Burroughs, che avevano il vantaggio, ai miei occhi, di non perdere tempo dietro a premesse troppo lunghe, come invece accadeva con Verne (quelle premesse interminabili avrei imparato, pochi anni più tardi, ad amarle più delle stesse avventure). I dialoghi erano ridotti all’osso, ma d’altra parte come si può mettere in bocca a degli scimmioni (o “antropoidi”) un eloquio umano, o meglio, come tradurre in linguaggio umano i loro versi? Burroughs sapeva farlo, certo, ma appunto nessuno pretendeva dai suoi gorilla uno stile da commedia di carattere. C’erano poi azione, colpi di scena, lunghe descrizioni: e cominciavo a capire che il sale, o meglio il sangue dell’avventura, sta nelle descrizioni che intasano le pagine, distraggono il lettore impaziente, lo esasperano, ne sfiniscono le difese, e intanto lavorano sulla sua percezione del mondo, sulla profondità della sua visione, oltre che sul suo lessico, e gli restano per così dire attaccate agli occhi anche quando leva lo sguardo dalle pagine e guarda attorno a sé.
Da quelle esperienze furiose di lettore (rimanevo in classe a leggere, sprezzante, mentre i miei compagni nell’intervallo si precipitavano fuori a giocare nel cortile, a rincorrersi, farsi boccacce, a seviziare maggiolini) nacque la materia del mio primo romanzo. Lo scrissi a otto-nove anni o giù di lì, su un quadernetto, con tanto di esploratore, foresta, animali feroci e soprattutto un orripilante ippopotamo meccanico che si aggirava incongruamente nella jungla. Il racconto impressionò, ricevetti complimenti e qualche suggerimento benevolo (e forse preoccupato) a proposito dello spaventoso e frettoloso bagno di sangue con cui, ormai sazio, avevo concluso il tutto per passare ad altro. Fatto sta: dopo qualche mese venne pubblicato integralmente, efferatezze comprese, a puntate e in ultima pagina come un romanzo d’appendice, sulla rivista quindicinale (accidenti, come si intitolava?) dell’ordine cui apparteneva la zia suora, tra articoli su taglio, cucito e vetrineria, pellegrinaggi, decessi di consorelle. Anche lì, complimenti e imbarazzi: i primi ovviamente mi lusingarono fino a rendermi insopportabile; dei secondi nemmeno mi accorsi.

http://cooperativaletteraria.it/index.php/component/content/article/80-cooperativa-letteraria/81-come-associarsi.html

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Sul numero 8 (autunno 2013) della rivista d’arte “Night Italia”, curata da Marco Fioramanti e pubblicata dalle Edizioni Psychodream, compare il testo di una sit-com immaginaria scritta diversi anni fa, Body and Soul.

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