È possibile scaricare due  racconti (La conca buia e Attesa) dal Jukebooks 2011 della casa editrice digitale “Quintadicopertina”, assieme ad altri testi di altri autori selezionati da Alessandro Milanese e Alessandro Romeo (http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks).

Di seguito un assaggio di entrambi.

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Mio padre la scacciava quasi subito dal letto, e la buttava fuori dalla camera, a calci e spintoni. Quando questo accadeva, mamma poteva dirsi fortunata. Perché altre volte l’ira di mio padre, invece di sbollire a menar colpi, rimaneva insaziata: allora la mamma veniva trascinata fino alla porta di casa, e respinta nell’aia, anche nel gelo del pieno inverno, e lasciata lì, raggomitolata a terra, nella neve o nel fango gelato, a tremare. Mio padre a quel punto afferrava la prima creatura che gli capitava a tiro, e se non trovava anima viva andava a cercarsela nella stalla o nei recinti. Il più delle volte ne veniva via con una capra, che conduceva a strattoni in casa e si portava a letto, al posto della mamma, come segno di grandissimo spregio.
Una volta che era corso invano dietro a capre mal disposte a finire sotto le coperte, entrò in stalla e ne tirò fuori una vacca, nemmeno tra le più giovani e piccole. La vacca, stupidamente docile, si lasciò guidare in casa e portare in camera, dove mio padre la spinse fin sul letto, bestemmiando. La vacca prima tentò di rimanere in equilibrio sul materasso, poi capì ch’era meglio accucciarsi, e tronfia si lasciò cadere proprio al centro del letto, accanto a mio padre che con ostinazione cieca si stava mettendo a dormire. Il tonfo fece tracollare l’intelaiatura del letto, che si sfracellò con uno schianto orribile e provocò altre bestemmie di mio padre, ululati di spavento della vacca, e la fuga di questa per tutta la casa, dove rovesciò ogni cosa e smerdò ogni angolo per la paura, prima di imboccare la porta aperta a cornate.
(da La conca buia)

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Mai più avventure in cortile, mi dicevo intanto, stringendo i pugni come a render più solenne quel giuramento, mai più cadute, corse, sfide, botte, salti di steccati, esplorazioni di siepi. Se ero lì, ad agonizzare tra le passamanerie di quella bottega, era perché a mia madre servivano ago, filo e pezze per ricucire certi strappi che io stesso, con la mia solita avventatezza, mi ero procurato nei campi attorno a casa. D’ora in poi, mi promettevo scandendo il pensiero come se pronunciassi una formula dinanzi a un consesso di sacerdoti, d’ora in poi camminerò composto, eviterò i rovi e le buche, mi terrò lontano dalle risse. Anzi, rimarrò sempre in casa, nello studiolo in penombra, a studiare e leggere, ma senza appoggiare i gomiti al tavolo, perché le maniche lise richiedono toppe, e altro ago e altro filo, e ci si può sbrindellare anche in casa, con un gesto improvviso, una postura malaccorta. Dunque nello studiolo, come un vecchietto ammodo, con il libro ben aperto davanti, le mani sul tavolo, le gambe non incrociate, mentre fuori, nel cortile prima e poi nei prati attorno, fino al confine invalicabile della ferrovia e forse anche più in là, verso altri campi che non conosco, i miei amici, ma ormai non più amici, complici piuttosto di schiamazzi e gazzarre, si rotolano come animali bradi.
(da Attesa)

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Già nel 2010, il racconto Il punto interrogativo, pubblicato in precedenza sul numero 3 di “Colla – Una rivista letteraria in crisi”, è stato selezionato assieme ad altri racconti apparsi in diverse riviste online per il Jukebook di Quintadicopertina, dove è scaricabile liberamente.

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Di seguito, qualche capoverso.

Quello che vidi quella mattina, però, sconfinò dai disordini a cui gli anni di insegnamento mi avevano abituato. Chiamai Mantovani alla cattedra, usando, come di consueto, il tono più accondiscendente, e allungando il miglior sorriso del mio repertorio. Mantovani si alzò, con le gote piene di un sospirone represso, e trascinò la sedia troppo piccola per lui fino alla cattedra. Vi si sedette con circospezione, sul bordo, a gambe strette, e attese.
«Tutto bene?» chiesi, e modulai un altro sorriso dei miei.
«Benissimo» disse lui.
Era solo. Mi capita, talvolta, di interrogare un solo alunno alla volta, soprattutto quando il tempo è scarso, il colloquio si annuncia laborioso, la valutazione è decisiva per la media, o semplicemente non sento l’affanno dei tempi troppo stretti, delle inderogabili scadenze della fine del quadrimestre. So che per alcuni la solitudine alla cattedra è un sollievo, perché non impone il confronto con compagni più zelanti, mentre per altri è una sofferenza, una condizione di abbandono in cui non si possono condividere le torture con nessun altro.
«Vuole che venga su qualcun altro a farle compagnia?» chiesi perciò. La frase, che era scherzosa, serviva solo a far percorrere la classe da un brivido di gelo, a ricondurre alla lezione presente quelli che già indulgevano a fantasticare o – con discrezione, certo – si curvavano a studiare altre materie.
Mantovani mi guardò storto, come se gli avessi proposto di tradire un amico.
«Non vuole? Chiamo io qualcun altro, allora?» insistetti, placido.
«No».
«Non si sente solo?».
«No».
«Come vuole».
Aprii il libro, in cerca di ispirazione. Scartai subito alcune domande troppo minuziose, poi altre troppo estese. Ecco, eccone una possibile, ampia, ma non generica – il genere di domanda a cui io, se mi fossi trovato nei panni di Mantovani, avrei voluto rispondere. Gliela porsi con un sorriso, e nel farlo suggerii già mezza risposta.
Lui però reagì sbiancando; per converso, i globi oculari gli si iniettarono di sangue, e le labbra virarono al violaceo. Biascicò qualche parola sconnessa, non del tutto incoerente, sembrò lasciarsi guidare dai miei aggiustamenti, riprender fiato, decongestionarsi; ma al secondo quesito ricadde nella confusione, ammutolì, si avvitò con ostinazione attorno a un concetto sbagliato, si fece aggressivo, e tornò livido.
Gli osservavo le vene del collo rilevarsi, risalire sopra gli zigomi e disegnargli la fronte.

Il resto su http://www.collacolla.org/?p=960#more-960.

 

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