Concludo l’anno consigliando a tutti la lettura di A gran giornate (La Linea, Bologna, pp. 7- 255), l’ultimo romanzo di Claudio Morandini.
Intanto, un elogio allo scrittore: Morandini è al suo quinto romanzo in sei anni e ogni volta è stato capace di percorrere una strada nuova dal punto di vista sia dei contenuti sia dello stile. Una vena narrativa così irrequieta è rara, specialmente quando il mercato editoriale e il comprensibile desiderio di successo spingono tutti, anche (soprattutto?) i grossi nomi, verso la produzione di lavori a cliché.
Questa volta Morandini ha disegnato un racconto fantastico in cui porzioni via via crescenti di realtà scivolano inesorabilmente nell’allucinazione: una bambola gonfiabile impara a camminare, una misteriosa creatura, forse antropofaga, vive rinchiusa nella stanza di una pensione familiare, angosciosi uccellacci solcano il cielo in cerca di preda.
A gran giornate si serve del viaggio come struttura portante della narrazione, inserendosi così nella tradizione del romanzo/contenitore che troppa narrativa contemporanea, piattamente stesa sul modello del giallo, ha colpevolmente emarginato. Mentre la scatenata fantasia di Morandini popola il racconto di figure e situazioni a metà fra l’assurdo e il mostruoso, il suo talento realistico, perfettamente servito da una lingua che si segnala per precisione lessicale e ricchezza di forme, aggredisce la natura umana con feroce crudezza. Se la prima maniera ricorda Buzzati, la seconda riporta al Tozzi novelliere o al Dante di Malebolge.
Il maggior merito di A gran giornate è il suo rifiuto di qualsiasi posizione consolatoria.  Il romanzo guarda la condizione umana dritta negli occhi, in un approccio che coinvolge tutti i livelli del testo, dalla materia bassa del narrato fino allo spietato realismo dello stile, passando per l’organizzazione in senso discendente, verso gli inferi, delle strutture narrative.
A gran giornate non si presta ad essere letto da consumatori narcotizzati dalle trame (crono)logiche che il mercato editoriale impone al romanzo contemporaneo. Non verrà apprezzato da chi legge per farsi sedurre da magici finali che meravigliosamente risolvano intrighi falsamente complicati. Invece che accompagnarci lungo un percorso che alla resa dei conti si rivelerà pur sempre lineare, il romanzo ci invita ad avventurarci in un labirinto. Durante il racconto, alcuni dei fili che Morandini ci lancia portano quasi all’uscita, altri si perdono per strada. Tutti meritano di essere seguiti da lettori disposti a farsi coinvolgere nell’avventura romanzesca di A gran giornate.
(Marco Codebò, http://lisolamisteriosa.myblog.it)

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