Contrordine, il cuore è un muscolo volontario
di Enrica Tesio

Eri una bambina così domestica, mio padre lo ripete con enfasi ogni volta che racconta della mia infanzia. La ritiene una definizione commovente ma, a pensarci bene, domestica non è un complimento, non vuol dire buona, né intelligente, vuol dire solo ubbidiente, “di buon comando”, persona che non crea problemi. In un mondo che esalta le bambine ribelli, quel domestica a me è sempre suonato pericolosamente prossimo a noiosa. La protagonista di Le occasioni di Giovanna, l’ultimo romanzo di Claudio Morandini, è una bambina domestica ultrasessantenne (non ci viene detta l’età precisa, ma la si intuisce dalla recente pensione), ancora insegnante all’Università della Terza Età, una che i problemi non li crea, cerca addirittura di risolverli, aiutando e accettando ex allievi, ex mariti, ex colleghi, vicine di casa burbere al limite della crudeltà, amiche superficiali, figli intermittenti.
Mite ma determinata e non priva di slanci ed entusiasmi, è una delle poche persone a credere che il cuore sia un muscolo volontario e che la bontà vada esercitata con costanza, senza pigrizie e concessioni al narcisismo. Si schermisce persino con i ragazzi a cui dà ripetizioni gratuite perché piangono il suo ritiro e le riconoscono una sensibilità rara, come se la sua penna rossa fosse meno rossa o meno compiaciuta nel segnare gli errori nei compiti in classe. Il tratto dominante di Giovanna è l’indulgenza a partire proprio dalle nuove generazioni, dai giovani che trova fragilissimi e incapaci di tenere dentro dolori e frustrazioni, sempre pronti a riversare i propri drammi addosso a un adulto paziente invece di portarli in giro come gravidanze non desiderate.
Morandini segue la paziente Giovanna nei primi giorni di un autunno ancora caldo e la accompagna nelle pagine più belle del romanzo, quelle in cui lei si occupa degli ospiti del canile dove è impegnata come volontaria. Che le riflessioni più profonde sull’umanità possano essere suggerite da chi umano non è, me lo ha insegnato proprio la lettura. Un paio di anni fa, per esempio, sono incappata in Quattro galline. Pensavo che il titolo fosse solo allegorico, invece per oltre duecento pagine Jackie Polzin parla rigorosamente proprio di quattro galline, di come si costruisce e si pulisce un pollaio, di come le bestiole soffrano il freddo, di come affrontino i pericoli, in un trattato di etologia pennuta accurato ai limiti dell’enciclopedico, ma anche del metafisico. Quando ho chiuso il volume mi sono resa conto che Quattro galline trattava invece di solitudini inestinguibili, della necessità di prendersi cura degli altri e di maternità mancate. È la magia della letteratura: nascondere la verità anche sotto uno spesso strato di pollina.
Al pollaio di Polzin si sovrappone il canile di Morandini: lupoidi misteriosi e meticci tremabondi, arruffati e ancora dignitosi, sono i compagni e i testimoni di un percorso interiore tutto umano e imprevedibile nei suoi risvolti amari. Se nel retro di copertina si pone l’accento sull’esercizio di bontà, la parola chiave del romanzo è, a guardar meglio, natura, l’istinto che ci echeggia dentro fino all’ultimo giorno. La domestica Giovanna si inselvatichisce a poco a poco, prima nei sogni poi nei giorni, mentre il wild side si insinua nella sua vita, annunciato da un nido di vespe nel cuore di un urbanissimo appartamento in centro città.
A sostenere il processo non è solo la trama, ma soprattutto la lingua che Morandini sceglie di adottare. Una lingua sorvegliata, colta senza ostentazione, che alterna precisione lessicale e lievi scarti comici, capace di tenere insieme l’osservazione minuta del quotidiano e una sottile inclinazione al paradosso. È una scrittura che non alza mai la voce, ma lavora per accumulo e per deviazioni, lasciando che ironia e malinconia convivano. Ne nasce una prosa che sembra domestica anch’essa, disciplinata, ordinata, e che invece, a leggerla con attenzione, si rivela attraversata da improvvise aperture, da fenditure in cui il guizzo, e il disordine che porta con sé, può ancora entrare.
Giovanna è anche un’eccezione letteraria: una donna anziana messa al centro, non come madre, non come nonna, non come reliquia morale, ma come corpo e coscienza ancora attraversati dalla natura. Che questo punto di vista venga da uno scrittore uomo non è un dettaglio secondario, ma una presa di posizione, una scelta controcorrente rispetto a una tradizione che spesso considera la vecchiaia femminile un territorio muto o decorativo, addirittura macchiettistico. Qui invece è un luogo vivo, inquieto, aperto alla disobbedienza e allo stupore.
In una telefonata con il figlio Fulvio, viene citato un verso di una poesia di Leonardo Sinisgalli che dice: I vecchi hanno il piano facile… li coglie di sorpresa una disperazione infinita. Ma anche, viene da aggiungere, un’infinita voglia di disobbedienza e di vita.

(Enrica Tesio, Tuttolibri – La Stampa, 24 gennaio 2026)

  • Share on Tumblr