Gli umani, i cani: la bontà ha un costo
Giovanna, protagonista del romanzo di Claudio Morandini, è una professoressa in pensione che vuole aiutare tutti: la vicina vedova, la malata, gli alunni di un tempo. Ma si trova più in sintonia con Serena, un’anziana meticcia
di Ermanno Paccagnini
Chiuso il libro, a tutta prima ti chiedi se davvero il Claudio Morandini di questo Le occasioni di Giiovanna sia lo stesso Morandini autore di La conca buia, tanto sono lontani per ambientazione i due romanzi: cittadina la presente e montana quella del romanzo di tre anni or sono, dalle atmosfere cupe che si riequilibravano nel grottesco. Per non dire dell’abbandono dell’io narrante e soprattutto dell’argomento centrale: col tema del male, con la sua inesplicabilità a far da tramatura, che, come dichiara la bandella di copertina, cede il posto al racconto di «quanto sia difficile il giudizio quotidiano della bontà in un mondo sempre più sordo e smarrito».
E in effetti, sia pur alla fine intaccato da qualche dubbio, questo è quanto caratterizza tutta la vita di Giovanna Massarenti, professoressa in pensione. Giornate, le sue, vuote da un punto di vista familiare, essendo da 25 anni separata dal marito Massimo e con un figlio, Flavio, quarantenne, che negli sporadici rapporti telefonici si mostra sempre «distratto, ecco, sempre un po’ sbrigativo anche quando si mostra premuroso», ciò che la porta a considerare quanto tutto questo sia frutto di «antiche responsabilità sue».
Di qui ora il suo «alle otto, come quasi tutte le mattine» recarsi al canile della sua città per portare via via a passeggio i «meticci anziani, che non sono mai stati adottati» Cucco, Malindi, Pippa e Paperella, Geppo, Sumo e Stellina, e Serena, per finire poi «stanca, sudata, ricoperta dei peli di otto cani, inzaccherata, indecisa se sentirsi soddisfatta per ciò che l’ha impegnata per più di quattro ore o in colpa per il tempo che potrebbe ancora concedere ai cani che abbaiano dalle loro gabbie e che nessuno oggi porterà a spasso». Ma pure il suo dar gratuitamente ripetizioni a Melchiorri e Martinat, due ex alunni del biennio; impegnarsi nella università della terza età con un corso di letteratura sulla poesia tra Otto e Novecento ad alunni «la maggior parte sui settant’anni», «allegri, garruli, bendisposti», anche se «nessuno di loro ha mai manifestato un particolare interesse per la materia».
Oppure andando a trovare Gigliola, l’amica malata di tumore, ora all’hospice, che però «non vuole nessuno tra i piedi, neanche Giovanna, che pure sarebbe disposta a trascorrere le notti accanto a lei»; oppure Marisol, sua ex collega al liceo in «congedo per malattia» che «non esce di casa da più di un mese, per colpa di una brutta infiammazione del nervo facciale destro che le ha immobilizzato mezzo volto», tutta presa dalla stesura di un romanzo nel quale «raccontare quello che mi è capitato, che mi sta capitando», rimarcando «quanto la fede mi è stata di aiuto».
E soprattutto non perdendo occasione di aiutare la vedova Gozzi, «vecchina minuta» «che abita al terzo piano, giusto sopra il suo appartamento», che al contrario la ricambia d’una sgarbatezza dietro la quale scoprirà celarsi un’autentica cattiveria con quel suo «dilettarsi a spargere veleno, vada a detrimento degli animali o anche dei gerani altrui».
Rapporti, questi con gli umani, che però via via la convincono che «i cani di qualunque razza, ma soprattutto quelli di nessuna razza, hanno pregi loro, che li rendono cari a Giovanna più degli esseri umani, verso i quali pure non ha alcun motivo di risentimento»; e tra essi in particolare la «misteriosa, silenziosa» Serena, «vecchia cagna scapigliata», con la quale si ritrova a vivere una singolare situazione di specularità e di comune desiderio di libertà, «lontane da tutto» e in particolare da questo mondo in un ambiente pulito e distensivo».
Una Giovanna impegnata a cercar di praticare il bene e provare «a rimediare al male» con le sue «poche forze», pur sentendo «su di sé l’avvilente, angoscioso peso dell’impossibilità di raddrizzare tutte le storture, di rimediare a tutti i torti, di consolare ogni afflitto», la quale a ben vedere nasce proprio da una costola del romanzo precedente, quale sviluppo autonomo d’un tipo di personaggio là presente, ovvero Leda, la figlia del protagonista di La conca buia, dalla forte sensibilità nei confronti degli altri. Una Giovanna che sin da piccola giocava «a fare del bene», con tanto di proselitismo; come poi accaduto con quelle sue amiche che «le erano sembrate le persone più adatte» per «farne, ecco, delle guerriere del bene», ma che oggi ritrova come «insopportabile branco di sceme», chiedendosi «come si è trovata in mezzo a queste qua?».
Ed è proprio con loro (ma pure con gli alunni vecchietti e non solo) che nel romanzo torna il grottesco, che si alterna con momenti più noir (i nonni assassini di cuccioli), altri altamente comici (l’invasione delle vespe), ma anche più piatti (l’allievo divenuto direttore del canile; le amiche, la Marisol scrittrice, bambole e figli dall’amica Ombretta) o ripetitivi (la vedova Gozzi). Momenti del presente o dei ricordi che intarsiano la narrazione, che però non trovo sempre ben amalgamati e taluni persino forzati.
(Ermanno Paccagnini, La Lettura, 26 gennaio 2026)
