Due anni fa Morandini ci regalava la commedia all’italiana di La conca buia: satira della politica a livello comunale, smantellamento del mito consumistico della montagna da bere, ritratto di una famiglia disfunzionale in campagna elettorale. Stavolta però il nostro non punta sulla comicità, come aveva già fatto in altri romanzi, da A gran giornate a Neve cane piede. Raccontando le giornate non proprio emozionanti di una prof in pensione, Giovanna Massarenti, Morandini propende per le tonalità del grigio: il romanzo parte come un riflessione sulla vecchiaia, e al tempo stesso una meditazione sulla bontà. Perché Giovanna è una che – senza salire sul palcoscenico – cerca di fare qualcosa di buono per gli altri. Ci riusciva bene finché era in cattedra al liceo – ma quando si ritrova in pensione scopre che essere buoni fuori dell’aula non è così semplice. Quando la sua amica Gigliola, malata terminale di tumore, viene ricoverata in un hospice, Giovanna vorrebbe consolarla, assisterla, farle compagnia; ma Gigliola rifiuta di vederla, come se non sapesse cosa farsene della sua bontà. Simmetricamente Serena, la cagna preferita di Giovanna nel canile dove va a fare volontariato, non ricambia il suo affetto, non gradisce di essere portata a fare la sua passeggiata quotidiana. Fin qui siamo in un territorio realistico, un’esplorazione della condizione degli anziani e dei loro sforzi per reinventarsi nella vita che gli rimane. Ma riemerge una vena gotica, al limite dell’orrorifico, o ben dentro di esso, presente nelle prime opere di Morandini (Le larve). La incarna l’insopportabile e demente vicina di Giovanna, la vedova Gozzi, autentica arpia che ricambia i gesti amichevoli con cattiverie di non trascurabile meschinità. Poi un incidente porta alla morte di uno dei cani affidati a Giovanna, innescando un graduale disfarsi della vita ordinata della protagonista, e le tonalità grigie dell’inizio si fanno sempre più nere. Nella vita che la ex-professoressa si è costruita si aprono crepe sempre più evidenti e inquietanti, mettendo in discussione – se non spezzando – le sue relazioni con gli altri e isolandola sempre più: lasciandola, per l’appunto, sola come un cane.

(Umberto Rossi, Blow Up, febbraio 2026)

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