Giovanna e le nuove occasioni della vita
Il dovere quotidiano di fare del bene
Un tempo, parliamo di un periodo lungo quasi quattro decenni, Giovanna ha fatto da guida in certi campi ben specifici a un certo tipo di utenza altrettanto specifica. Ma anche ora che è in pensione Giovanna fa da guida, e lo fa sempre in campi e a un’utenza specifici: per lei, tra la vita lavorativa e quella post-lavorativa c’è una sostanziale continuità. Prima guidava gli studenti del suo liceo nei campi del sapere, ora guida le bestie del canile comunale in campi che sono campi e basta, campi oltre metafora, erba legnetti fango escrementi. «Dopo cena, al momento di lavarsi i denti, resta immobile davanti allo specchio del bagno (…). Prova le due espressioni con cui sapeva recuperare l’attenzione e riportare l’ordine in classe – il sopracciglio destro sollevato, un sorrisetto ironico a labbra strette – e che le tornano utili anche con i cani, quando si degnano di alzare il muso per sbirciarla in faccia»: cambiato il poco che è da cambiare con il passaggio dalle due alle quattro zampe, il merito del suo essere guida è rimasto il medesimo. Ora: il punto è che la protagonista di Le occasioni di Giovanna di Claudio Morandini ha, forse per natura ma più probabilmente per una imposizione volontaria, un ruolo cui assolvere. Non usiamo la parola “missione” perché, laica com’è, le spiacerebbe l’accostamento con la religione, ma il senso è quello: bisogna fare, e bisogna fare il bene. Giorno dopo giorno, con esercizio costante, «Senza pretendere nulla in cambio, senza porsi domande (…). Fare, fare, fare, sino a stramazzare a terra, incapaci di muovere un dito, in attesa che qualcuno buono come noi – non saremo gli unici! – ci aiuti a rialzarci, o con rispetto ci seppellisca». Fare anche per coloro, e sono la maggior parte, che non fanno, presi dai loro casi spiccioli che gli impediscono di vedere un’umanità che avanza balzelloni verso lo sfacelo. Morandini compone un acuto studio di carattere individuale e al contempo il ritratto, sottilmente (e opportunamente) spietato, benché l’ironia non tracimi mai nel sarcasmo, di una tipologia umana molto diffusa, quella dei forzati al bene e all’impegno, dei soggetti che si caricano sulle spalle i mali del mondo, salvo che possono provare a rimediare solo con piccole azioni quotidiane, considerati i mezzi limitati o nulli a disposizione se commisurati all’arduo compito che si sono assegnati. Una simile auto-investitura potrebbe a ogni modo non essere nociva in quanto tale, se non producesse il danno collaterale che costoro finiscono per posizionarsi al di fuori di quel mondo e di quel consorzio sociale che ritengono di dover salvare: e stanno su un piano diverso, più elevato, sulla proverbiale cattedra, da cui giudicano con sussiego tutto e tutti – Giovanna ad esempio ha una bassa stima delle amiche, ma comunque non manca di accompagnarsi con loro: metti che un po’ alla volta la sua vicinanza le renda persone migliori. E poiché Morandini si conferma nelle qualità di narratore del precedente La conca buia, il romanzo, proprio perché così riuscito, avrà la sicura ricaduta di far riconoscere al lettore, nel personaggio principale, un suo prossimo: il coniuge, un figlio, un collega. Senza escludere il rischio, serio, che vi possa an che riconoscere sé stesso.
(Alessandro Marongiu, La Nuova Sardegna, 23 gennaio 2026)
