Non ci può essere dubbio sull’ambientazione del nuovo romanzo di Claudio Morandini uscito a fine 2015 per i tipi di Exòrma: Neve, cane, piede mette infatti davanti al lettore, sin dalla copertina e dal titolo soprattutto, un luogo, un protagonista − uno dei due − e una misura. La scelta di tre sostantivi è − infatti− determinante nella narrazione: circoscrive da subito tre elementi cruciali della storia, sapientemente collocati in questa lista-titolo che ‘parla’; si può infatti e ci si deve arrovellare su queste tre parole da due sillabe ciascuna, perché l’intera opera è costruita su ‘un passo’, su un ‘dosaggio’ molto attento della parola come unità di misura. La parola romanzesca, ma verrebbe da dire anche poetica, perché è la poesia come genere a richiedere di più a chi scrive e a chi legge, in termini di misura dello spazio e del tempo. Claudio Morandini lo sa, sa (ri)cercare la corretta e più consona dimensione in cui la parola possa raccontare, in cui il suo protagonista Adelmo Farandola possa muoversi con agilità; tra le montagne − dove la neve trova sede, trova casa − anche lui e il suo cane parlante seguono un ritmo, quello delle stagioni, dell’immobilità, di un isolamento che detta le forme del vivere. Lui, che porta un nome e cognome che, insieme, uniscono “nobiltà, protezione e danza”. Ma la primavera muta ogni situazione, e il ritrovamento di un “uomo morto” (ancora due sillabe per ciascuna parola) a seguito di una valanga, spariglia le carte; un particolare colpisce allora nella narrazione: “la gamba nuda”.

Giorno dopo giorno, anche la neve più ostinata si ritrae lurida, finisce in ruscelli nervosi che sprofondano a valle. Ora la gamba del morto è tutta scoperta fino all’inguine, e nuda e grigia oscilla all’aria. A metà coscia finalmente si intravedono lacerti di stoffa, brandelli di pantalone fradicio. La forza della valanga deve aver spogliato quella gamba, deve aver proiettato chissà dove la scarpa e il calzettone. La gamba contratta tentenna simile a un tronco di albero giovane. Le formiche la percorrono instancabili, per tutto il giorno.
− Fa pensare eh? − dice il cane, che fissa imbambolato quell’arto.
− A cosa?
− Alla vita, che ne so.
− Quella cosa non è viva.
− No, appunto, ma proprio per questo… No, va be’, lascia perdere − sbuffa il cane.

Ed è così, con un rovesciamento di ruoli che amplifica la personificazione canina, che ci ritroviamo di fronte a una riflessione in cui “vita-viva” (ancora bisillabe) presentificano una condizione che è anche narrativa.
 Adelmo Farandola − per ammissione di Claudio Morandini − vive in uno spazio simile a quello in cui si ambienta In solitaria, uno dei racconti di Questo Natale, rubrica che ha trovato spazio negli scorsi mesi su questo blog: l’ironia, la caricatura, il grottesco che troviamo in Neve, cane, piede sono anche quelli di Ippolito Paracchi e delle figure che lo circondano, della situazione in cui sono calati. Ma c’è di più: un tono vagamente surreale che caratterizza entrambe le vicende, come un sottile strato di pellicola ad avvolgere la dimensione della realtà; si tratta di uno strato che separa il reale da ciò che non lo è, la visione del mondo del lettore da quella di Farandola e del cane. E per vicinanza ‘semantica’ ma anche di senso in questo discorso critico, un’interposizione di questo genere può ricordare, per molti versi, La prima neve di Andrea Segre, in cui la parola “neve” è chiave, è significante. Ma soprattutto: è dentro quello strato, è ‘lì’ che accade la ‘levità’, altra cifra della ‘misura’ narrativa di Morandini, levità che appunto non è “leggerezza” ma “delicatezza e grazia”, un dono per chi sa raccontare.

(Alessandra Trevisan, Poetarum Silva)

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