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Il ritratto firmato da Pietro Puccio a Più Libri Più Liberi (6/12/2015).

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Neve, cane, piede (Exòrma) di Claudio Morandini racconta l’oblio gelidamente stravagante, le cose che smarriscono i contorni, i ricordi che si fanno indistinguibili dall’immaginazione.
(Giorgio Vasta, Il Venerdì di Repubblica, 4 marzo 2016)

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Ciò che emerge da quest’affilata breve partitura è, ancora una volta, la preoccupazione (al limite dell’ossessione patologica) di Morandini per la messa a fuoco del racconto, la scelta della cadenza adatta: in una parola, della voce.
(Domenico Calcaterra, L’Indice dei libri del mese, giugno 2016)

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Un libro che non somiglia a nessuno nel panorama italiano degli ultimi anni, leggero e durissimo.
(Giorgio Ghiotti, L’Unità, 14 dicembre 2015)

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Morandini costruisce un romanzo breve impeccabile, capace di forzare schemi e strutture narrative tradizionali, «schivando il galateo del plot», senza però mai cedere di una pagina alla cura del dettaglio, alla precisione lessicale, al ritmo musicale della frase.
(Fabrizio Coscia,  Il Mattino, 2 dicembre 2015)

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È un piccolo editore a pubblicare un libro così potente, quasi un oggetto alieno precipitato nelle patrie lettere: Neve, cane, piede, di Claudio Morandini (Exòrma).
(Filippo La Porta, Left n. 8, 20 febbraio 2016)

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La neve, il cane, il piede: enigmi di un disagio cosmico racchiuso in una natura selvaggia, generosa quanto ostile, dove tra pace e silenzio trovano spazio fantasie e leggende.
(Sergio Pent, TuttoLibri de La Stampa, 25 febbraio 2017)

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Capita, che si incocci in una scrittura basilare, nel senso capace di dire le basi, le rocce su cui si abbarbicano le incomprensibili, tragiche e comiche, vite degli umani (…). È  il caso di Morandini, scrittore roccioso, appunto.
(Fabio Donalisio, Blow Up n. 214, marzo 2016)

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Misteri così ne vorrei vedere sempre.
(Michela Murgia, Quante Storie, Rai 3, 10 marzo 2017)

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Con Fabrizio Scrivano e Paolo Morelli, a Più Libri Più Liberi (Roma, 6/12/2015).

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È puro Morandini; come a dire uno dei massimi scrittori italiani.
(Fabrizio Ottaviani, Il Giornale, 20 dicembre 2015) 

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Adelmo Farandola ci piace pensarlo come uno tra noi, che abbia scelto di non farsi troppo notare (o all’opposto di segnalarsi in modo paradossale), in quella riduzione progressiva al nulla che ripete la fatalità dell’esistere. La vita è il luogo in cui tutto può diventare malinconico o spaventoso, come la terra dopo una nevicata.
(Gilda Policastro, Il Reportage n. 28)

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Raccontare un racconto è saper tenere un segreto, ci dice Andrés Neuman. E Adelmo Farandola ne custodisce un immenso, complicato, struggente, che appartiene a tutti noi, che sta nascosto in fondo a una grotta buia e umidiccia, in cui ci tocca scavare, e scavare.
(Rossella Milone, Il Fatto Quotidiano)

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Morandini non ci racconta la luce delle montagne, non ci mostra la montagna di Cézanne, ma quella che esplode dall’interno, quella che si vedrebbe da dentro.
(Marino Magliani, in “L’uomo che faceva finta di dormire”, su Nazione Indiana)

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Con Matteo Marchesini, alla Libreria Tram (Bologna, 15/10/2016).

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Un libro di speciale qualità letteraria.
(Orazio Labbate, Domenica 24 del Sole 24 Ore, 17 gennaio 2016)

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Proprio dalla segreta dialettica tra immanenza e metafisica, ricordo e dimenticanza, claustrofobia e vertigine, libertà e possesso si propaga la poetica immaginazione che tinge questa fiaba del bianco, del rosso e del nero.
(Michele Lauro, Panorama.it)

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Adelmo Farandola rappresenta in tutto e per tutto l’ultima incarnazione dell’uomo del sottosuolo che rimanda a Fedor Dostoevskij e che ha fatto della rinuncia al mondo la sua “stolta” saggezza.
(Demetrio Paolin, Il Foglio, 2 febbraio 2017)

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Claudio è una penna affilatissima, molto ispirata. È riuscito, in questo breve, necessario romanzo, a trasformare in suoni e parole i vuoti di una montagna innevata.
(Massimo Roscia, Geo, Rai 3, 17 febbraio 2017)

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Al Book Pride, con Alessandro Zaccuri e Filippo Tuena (Milano, 3 aprile 2016).

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Neve, cane, piede riesce un libro di una scabra e intensa poesia, ma anche di una comicità tenerissima.(Fabrizio Coscia,  Succede Oggi del 1 dicembre 2015)

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Non serve sapere se la smemoratezza lieve di Adelmo discenda dalla sua integerrima autoesclusione o dalle scariche dei cavi elettrici sotto cui è cresciuto; conta solo che il suo sguardo, come quello degli altri anacoreti, ci rivela il mondo nella sua natura di tragicomico enigma.
(Giorgio Vasta, minima&moralia)

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Colto, intrigante, orrido.
(Paolo Morelli, Wikicritics)

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Morandini racconta la leggenda di un uomo il cui sforzo è quello di assomigliare alla materia e di tendere, al suo pari, al minimo stato di energia e al massimo stato di caos (al punto di confondere la realtà con l’allucinazione, il fatto e la memoria del fatto stesso; trasfigurando fame e inedia, nutrimento e secrezione).
(Diego Bertelli, L’immaginazione n. 296, novembre/dicembre 2016)

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Percussiva e regolare, forte della pacatezza irremovibile che le permette di non perdere un solo colpo neanche davanti agli ostacoli più impervi, la prosa di Morandini punta dritta verso la meta in un modo che offre al lettore l’immediata certezza di essere in buone mani.
(Fabio Ciriachi, Critica Impura)

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Sono tutti libri che raccontano una storia mettendo al centro un personaggio memorabile, perché è fondamentale per un romanziere costruire protagonisti mitici che fissino caratteristiche della condizione umana. Guardano al presente, ma non sono dei commenti sul contemporaneo perché si legano ad una storia. E poi incarnano tutti una verità morale che non smette di agire dentro il lettore, con un giudizio sul mondo contemporaneo, sulla falsità e su una certa alienazione del nostro mondo.
(Filippo La Porta intervistato da Claudia Presicce, Quotidiano di Puglia, 20 marzo 2016)

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Con Vins Gallico, a Libri A Mollo (Libreria Pallotta, Roma, 9 febbraio 2016).

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Il risultato è una lettura scorrevole come quella di Pinocchio (…)  ma gravata intrigantemente di tutte le risonanze e coinvolgenti sottotesti di un prodotto letterario a noi contemporaneo.
(Guido Conterio, Diacritica n. 6)

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Fra i pochissimi libri italiani imperdibili del 2015.
(Michele Lupo, Il Recensore)

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Un romanzo prezioso, sulla solitudine e sulla follia.
(Simone Innocenti, Il Mucchio Selvaggio)

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Le pagine in cui si parla del rapporto con la neve, di quella neve animata e intrusiva che diventa persona, sono fra le più belle e suggestive non solo del romanzo, ma di qualsiasi libro io abbia letto sull’argomento.
(Giovanna Repetto, Il Paradiso degli Orchi)

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… la ‘levità’, altra cifra della ‘misura’ narrativa di Morandini, levità che appunto non è “leggerezza” ma “delicatezza e grazia”, un dono per chi sa raccontare.
(Alessandra Trevisan, Poetarum Silva)

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Con Orazio Labbate, Libreria Open (Milano, 13 febbraio 2016).

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La descrizione del rapporto di Adelmo con la natura e i suoi stralunati e bellissimi dialoghi con gli animali diventano un trampolino per parlare di certi percorsi umani.
(Diodato Pirone, Il Messaggero del 16 febbraio 2016)

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Sarcastico, grottesco e visionario, sorprende per la capacità di rendere l’irreale possibile agli occhi del lettore.
(Roberto Sturm, Una casa sull’albero)

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Morandini è maestro nel mantenere il lettore per l’intero sviluppo della trama in uno stato di vigile sospensione, che inquieta e affascina al contempo. Grazie a una prosa sorvegliata e ritmica, a una scrittura che ha il nitore della neve, l’asciuttezza della roccia, e lo sguardo assorto della poesia.
(Daniela Pericone, Carteggi Letterari)

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Solo alla fine di Neve, cane, piede, capiamo quanto Claudio Morandini sia riuscito a rileggere un genere e contemporaneamente a dare forma a una sorta di “racconto del rimosso”. Rimosso che spesso (sia dall’alto di una cima solitaria, che a qualunque latitudine) ha le nostre stesse sembianze.
(Elena Cattaneo, Sul Romanzo)

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Morandini fa a guazzo il ritratto di un uomo che incastona se stesso e le proprie colpe alle viscere della terra. Anzi, restituisce alla terra le colpe che forse l’uomo, suo malgrado – leopardianamente – si è trovato addosso.
(Giacomo Verri, La poesia e lo spirito)

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È un libro notevole quello di Claudio Morandini, un’opera speciale. Un’opera che scoprirete essere nata da un incontro che lo stesso autore ha avuto mentre passeggiava tra i monti. Se leggerete la postfazione a questo libro scoprirete come, a volte, nascono le storie. Sì, non fate l’errore di saltare la postfazione, sarebbe un crimine.
(Gianluigi Bodi, Senzaudio)

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Con Monica Pareschi, alla Libreria Il Mio Libro (Milano, 1 aprile 2016).

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In inglese li chiamano unputdownable, ovvero libri che non possono essere posati prima che si sia terminato di leggerli: così è stato per me il romanzo di Morandini.
(Samuela Serri, Ma Però)

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Solo nelle rappresentazioni umane, ma non in natura, esistono eventi clamorosi o inquietanti, esistono innocenti e colpevoli, esistono le categorie e le interpretazioni.
In natura, semplicemente, tutto succede.
(Claudio Bagnasco, Gli Squadernauti)

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Con Dario De Cristofaro, alla Libreria Pantaléon (Torino, Salone Off, 14 maggio 2016).

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Morandini sa, che la natura schiaffeggia, che è arida e matrigna, come qualcuno c’insegnò. Che la neve è nera e che il rifugio di alcuni, il rifiuto ostinato del mondo che brulica, non ha niente di bucolico. Niente di morbido. Che a volte è solo una tomba.
(Cristiana Saporito, Flanerì)

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Ci sarebbero, in realtà, tutti gli ingredienti di un giallo o di un noir, ma non è questo, nonostante l’aura di mistero sempre presente, il colore che avvolge e anima l’ultimo piacere alla scrittura di Claudio Morandini. È il bianco l’unico colore di riferimento che acquista e mantiene viva una permeante forza evocativa nella dimensione mitico-favolistica del romanzo.
(Marco Fioramanti, Articolo 33 n. 3, marzo 2016)

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Le atmosfere rarefatte della montagna tra la solitudine e la vita.
(Enrica Buongiorno, in Lovepress.it)

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Perché ho insultato Morandini quando l’ho incontrato a Roma?
Vorrei vedere voi, di fronte all’Autore che con estrema bravura ha costruito un sentiero di parole, frasi, storie che vi hanno condotto esattamente dove voleva portarvi, fin dall’inizio.
(Patrizio Zurru, Satellite Libri)

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Con Giorgio Ghiotti alla Libreria Fahrenheit 451 (Roma, 7 febbraio 2016).

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Il romanzo di Morandini è scritto con il rasoio. Con colpi netti, precisi scolpisce nella mente del lettore il paesaggio lunare delle Alpi, la vita da eremita, l’alternarsi delle stagioni.
(Alessandra Selmi, Il Cittadino di Monza)

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Chissà come vive quell’uomo, con chi parla, cosa sogna. Adelmo Farandola è un bel tipetto, non c’è che dire, e le sue tragicomiche fattezze sfociano nel grottesco suscitando in chi legge i sentimenti più disparati.
(Stefania Medda, Mangialibri)

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Morandini è un autore raffinato e visionario. In alcuni dialoghi con il cane o con il guardiacaccia, sembra di trovarsi dinanzi un’opera di Samuel Beckett canzonatoria e allegorica. Come in Aspettando Godot, anche qui tutto muta per non cambiare mai. Ci accorgiamo del tempo che passa dal passare delle stagioni.
(Cinzia Orabona, Libri in Musica)

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Con Elisabetta Bucciarelli e Andrea Fazioli a La Passione per il Delitto, LarioFiere (Erba, 16/10/2016).

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Neve, Cane, Piede è un oggetto metaletterario, un libro sull’indifferenza e la pietà.
(Andrea Sirna “Pennywise”, Un antidoto contro la solitudine)

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Morandini scrive con falsa semplicità una storia terribile, che si legge con la fame di chi vuol capire quanto in fondo possano arrivare gli uomini, quelli che sopravvivono e quelli che invece lasciano il passo. Tutto si tiene in piedi in una squisita atmosfera di credibilità e di terrore insieme, fino al temuto epilogo.
(Gaia Tarini, Barta.it)

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Tra i tanti echi di cui risuona e le molte tracce che semina e subito si perdono, Neve, cane, piede alla fine si rivela una “storia vera”, a suo modo.
(Carlo Simone, Secondo Orizzonte)

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Il cadavere, come il cane e gli uccelli (cacciatore e prede), entra semplicemente a fare parte del niveo nitore dell’universo fisico e metafisico di Adelmo che intrattiene anche con esso il medesimo rapporto fatto di contatto reale e dialoghi immaginari, cosicché si può tranquillamente affermare che quel corpo morto (e ancor prima una sua specifica parte, il piede appunto) finisce per diventare un personaggio a pieno titolo, non più strano né meno credibile degli altri che popolano con i loro scarni movimenti e i loro dialoghi taglienti il libro di Morandini.
(Andrea Vignini, ValdichianaOggi)

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Claudio Morandini scrive un racconto corposo, materiale, in cui il silenzio e i pensieri prendono consistenza materica, in cui le sensazioni diventano reali e tangibili.
(Giuditta Casale, Tempoxme)

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La particolare recensione a mappa dedicata da Goodbook.it a “Neve, cane, piede”.

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I paesaggi innevati nei quali impazzisce Farandola rievocano la vertigine del foglio bianco, l’orizzonte dell’infinitamente possibile nella forma angosciante del vuoto, il terrore e il candore del significato che sfugge, l’impalpabile macchia d’inchiostro che gradualmente prende corpo sul foglio senza definirsi, come uno stile discreto ma inconfondibile, come l’orma di un passo nella neve.
(Bernardo Pacini, Argo)

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Sullo sfondo e nelle viscere del romanzo troneggia la montagna, descritta con tagli e affondi di colore, anima fangosa e riluttante, dove non c’è traccia di lucentezza e a stento si intuisce in lontananza il bagliore di una possibile redenzione.
(Paolo Risi, Zest letteratura sostenibile)

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Surreale, grottesco e allegorico, è da leggere.
(Gabriele Ottaviani, Convenzionali)

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È difficile provare simpatia per una figura come quella di Adelmo Farandola, ma la bravura di Morandini sta nel rivestire di un’umanità pietosa e totale una figura come questa, cui basterebbe molto poco per trasformarsi in una macchietta a metà tra il Grinch e il nonno di Heidi.
(Silvia Costantino, Ultima Pagina)

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Un piccolo romanzo che è una piccola perla.
(Montagne360, giugno 2017)

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Un piccolo libro feroce e bellissimo, sulla follia, sull’amore, sulle relazioni, sulla fuga dalla vita e sulla morte psichica.
(Luisa Masina, Spiweb)

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Con Francesco Ruggiero e Elisa Baglioni del collettivo sparajurij, alla Luna’s Torta (Torino, 29/1/2016)

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Altre recensioni qui.

Qui la rassegna stampa per l’edizione francese.

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