IL ROMANZO? UN AIUTO PER CAPIRE IL MONDO
Saggista, giornalista e critico letterario italiano, Filippo La Porta da anni è un osservatore della narrativa italiana

Un romanzo ci deve aiutare a capire come restare umani in un mondo sempre meno umano: lo diceva Foster Wallace, ma Filippo La Porta, critico letterario, saggista e giornalista misura la temperatura alla narrativa contemporanea in Italia con lo stesso metro. «Un romanzo oggi deve aiutare a trovare delle ragioni di vita – dice – deve mantenere il senso del tragico, mai seguire la brutta china che ha preso in Italia, del “romanzo cabaret”, ma deve aiutarci a reagire a questa disperazione che è anche un po’ di maniera oggi, ad una sorta di nichilismo incombente».
Nei giorni scorsi a Lecce, la Porta ha parlato di letteratura contemporanea in una lezione all’Università del Salento.
Cominciamo dalla fine, La Porta: dove sta andando la letteratura italiana?

«La premessa è che la letteratura italiana nel suo complesso non ha nulla da invidiare a quella di altri Paesi. Ad ogni stagione offre almeno quattro o cinque titoli buoni, che però purtroppo non sempre emergono. Il problema è che in Italia si pubblica troppo e non ci sono più i filtri di una volta nelle case editrici. Tutti scrivono romanzi, dai magistrati ai calciatori, ai politici ed è difficile accorgersi dei titoli che hanno davvero valore in una pletora di libri che disorienta il povero lettore. E spesso i cinque libri importanti che escono in Italia ogni anno restano invisibili, perché non sono tra quelli promossi, né tra i best seller, ma sono “solo” quelli di valore».

L’iperproduzione riguarda i romanzi, di cui quelli gialli sono i più letti: perché?

«Il giallo soddisfa certi bisogni di intrattenimento, ma quando diventa l’unico genere letto nel nostro Paese è allarmante. In Italia non siamo stati capaci di reinventarli e spesso i nostri sono fotocopie di quelli americani. Ma il giallo noir italiano è solo un modo per evitare di rappresentare la realtà quotidiana che è invece la vera sfida della letteratura. Cioè la rappresentazione dell’orrore estremo del serial killer distoglie dal rappresentare l’orrore quotidiano, ordinario, banale che è molto più difficile da raccontare. I giallisti infatti si sottraggono dal farlo».

Certo, ma la letteratura è altro…

«Oggi ai libri non chiediamo più solo di raccontare delle storie, anche per la concorrenza massiccia che c’è intorno, pensiamo alla tv con fiction di cui alcune, anche americane, davvero ben fatte. Ad un romanzo oggi io chiedo, oltre all’invenzione di un racconto e di un personaggio col cui destino identificarmi, di aiutarmi a capire il mondo. La letteratura serve anche a trovare delle ragioni di vita. Piovene già negli anni Sessanta diceva che come puro distraente il romanzo aveva concorrenti molto più aggressivi ed efficaci del libro. Oggi è anche peggio e quindi deve dare ancora qualcosa in più, una capacità di interpretare la realtà e un’occasione conoscitiva preziosa».
(…)

Allora, guardiamo ai libri da salvare che non hanno avuto sufficiente visibilità?

«Sì, Luca Doninelli con “Le cose semplici”, volevano portarlo allo Strega, ma ci hanno ripensato. Poi penso a “Fallire” di Beppe Sebaste, provocatoriamente uscito solo su Amazon in polemica con l’editoria, poi “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini uscito con un editore piccolissimo, Exorma, ma anche a “Vita di Lidia Sobakevic” di Giovanni Maccari, un ritratto tra le righe di Idolina Landolfi, figlia di Tommaso. Che cosa hanno in comune? Sono tutti libri che raccontano una storia mettendo al centro un personaggio memorabile, perché è fondamentale per un romanziere costruire protagonisti mitici che fissino caratteristiche della condizione umana. Guardano al presente, ma non sono dei commenti sul contemporaneo perché si legano ad una storia. E poi incarnano tutti una verità morale che non smette di agire dentro il lettore, con un giudizio sul mondo contemporaneo, sulla falsità e su una certa alienazione del nostro mondo».

Riguardo alla lingua: vince la semplicità o il virtuosismo?

«I libri citati, non a caso, hanno tutti una lingua non banale, non inerte e non convenzionale, ma semplice e senza ammiccamenti. Non esiste per me il romanzo d’avanguardia, la trovo un’espressione ossimorica perché il romanzo lavora su ciò che hanno in comune le persone. Quindi deve dire delle verità in modo che le possano capire tutti potenzialmente, con lingua semplice, ma non banalizzante. Lo stile del romanziere deve sciogliersi dentro le storie e fingerla almeno la naturalezza. Se per esempio guardiamo all’ultimo Premio Strega, il vostro corregionale Nicola Lagioia, che io stimo molto come intellettuale e trovo che abbia una grande intelligenza antropologica, come romanziere penso che abbia una lingua elegante, ma troppo ricercata e un po’ contorta».
(…)

(Filippo La Porta intervistato da Claudia Presicce sul Quotidiano di Puglia il 20 marzo 2016)

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