AutoritrattoPetrassi

La nuova edizione dell’Autoritratto di Goffredo Petrassi di Carla Vasio (Mucchi Editore, 2017, collana “Diorami” a cura di Massimiliano Borelli) si apre con una prefazione firmata da Claudio Morandini dal titolo Altri estri, altre invenzioni. Il libro è la riedizione dell’Autoritratto attribuito a Petrassi e pubblicato da Laterza nel 1991.
È possibile leggere la prefazione su Zest – Letteratura Sostenibile.

Qui si può ascoltare il podcast della puntata di Radio3 Suite del 28 maggio 2017 dedicata all’Autoritratto di Vasio-Petrassi.

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Marta Raviglia e Manuel Attanasio formano “Morfeo“, il duo vocale che nel 2012 ha pubblicato il cd omonimo con Monk Records. Il booklet contiene le seguenti note. Si veda anche http://www.monkstudio.net/morfeo.html.



Morfeo non è semplicemente un duo vocale che, moltiplicandosi, si comporta come un coro. Marta e Manuel cantano, certo, ma ringhiano anche, rantolano, soffiano, sbuffano, nel bel mezzo di una melodia distesa si inceppano o si inerpicano innaturalmente, come se qualcuno lavorasse di manopola per dispetto o per sbaglio, ridono, piangono, minacciano, blandiscono, rischiano il soffocamento, tentano polifonie mongoliche, bamboleggiano, russano, si perdono, litigano, si concedono un virtuosismo, poi la parodia del virtuosismo, poi la parodia della parodia… Quello di Morfeo è un gioco serio, concentrato, come i giochi di quando si è bambini e si indagano le possibilità dei suoni che ci escono di bocca e si sfidano le convenzioni e le etichette degli adulti.

Dietro questi guizzi, questi borborigmi, e le urla, i singhiozzi, senti la lezione dei grandi sperimentatori degli ultimi decenni – la Berberian, certo, e in generale lo studio di Berio sulla vocalità e sul folklore, ma anche Meredith Monk, Norma Winstone, Sainkho Namchylak, Demetrio Stratos, Dean Bowman… Ma inseguire le ascendenze e i possibili modelli ha senso fino a un certo punto, di fronte alla ricerca di Marta e Manuel, che partono sempre dalla propria voce, e da quella dell’altro, nutrendosene, e procedono per espansioni e rifrazioni: la combinazione crea attriti, tensioni irrisolte, disturbi stridenti, ma sa aprirsi anche a momenti di intesa e di tenerezza, che non sai quanto potranno durare, ma intanto ci sono, prima che un’ondata inaspettata di suoni o rumori li cancelli o ne alteri il senso.

Pensa alle poche note di pianoforte con cui si apre”A Rhyme”, e che sembrano introdurre un paesaggio bucolico, che il canto di Marta espande e colora: non fai in tempo a indugiare in un ristagno di malinconia appagata, che quel paesaggio sonoro è turbato da versi trafelati, che lo increspano irrimediabilmente. Oppure pensa a “Unn”, a quel sottofondo di monaci tibetani, inebetiti dietro al loro mantra, e al folletto capriccioso che declama in primo piano – o a “Salty Jewel”, in cui la voce un po’ alla volta si discosta dallo stile giocosamente jazzistico dell’inizio, con una libertà che solo chi ha una padronanza perfetta dei propri mezzi può concedersi.

Sono poche le parole intelligibili, concentrate in alcuni momenti. Farfugli, invece, assoli strumentali, melopee in lingue inventate, jodel, falsetti, sibili, cigolii, distorsioni heavy metal, vibrati belcantistici, melismi orientali, filastrocche infantili, loop notturni, versi di uccelli crepuscolari, belati, e i gorgheggi di Manuel che si fanno rumore bianco, poi si trasformano in ritmo percussivo, poi ronzano gravi come un didgeridoo… A volte il contrasto si appiana, e ti chiedi d’improvviso di chi dei due sia la voce che senti stagliarsi sulle altre.

È una musica che nasce da un nulla, da un balbettio o da un canticchiare confuso, da sfarfallii della coscienza, e come i pensieri nel dormiveglia procede tentoni, per associazioni alogiche, per suggestioni analogiche, per sobbalzi, per perturbazioni spaziotemporali… Pesca nel calderone delle esperienze passate, giocherella con i déjà vu, e in questo percorre una via espressiva che non sia definibile o catalogabile per generi, e che sia indifferente alle convenzioni (e figuriamoci alle leggi del mercato). Butta all’aria le strutture consolidate con la giocosità assonnata di un bambino un po’ malinconico colto da un mezzo sonno la sera.

Tra i tanti piccoli gioielli che compongono questo disco si prenda “My Bonnie”, che sembra seguire un pensiero narrativo. Senti il canto di Marta, che nel silenzio di una stanza enuncia con pacatezza materna la prima strofa, come per indurre al sonno un bambino restio; senti poi aprirsi strati di reminiscenze, paesaggi mentali, vasti come solo nei sogni appaiono, e solo ai bambini; e poi, placatisi questi, torna la voce, ma trasformata, soffocata in un sussurro, e ti chiedi se sia la madre di prima, che per consegnare al sonno completo termina la sua nenia prima di andarsene, o non sia piuttosto qualcos’altro, che posatosi sul cuscino dopo l’uscita di scena della madre ne prende il posto, per sussurrare al bambino un finale imprevedibilmente macabro; e quando Marta lascia in sospeso la conclusione, mangiandosi l’ultima sillaba, resti con il fiato sospeso, in attesa, e scopri di aver smesso di respirare per qualche secondo.

Colpisce l’essenzialità di questi momenti. Capita che un duo, nel tentare di superare i limiti oggettivi dell’essere costituito appunto solo da due musicisti, si lasci cogliere da una tentazione – come dire – sinfonica: e carichi di suoni, gonfi di armonie, attraverso un accanito lavoro di sovraincisioni che suggerisce a volte un horror vacui. Morfeo vuole invece sfidare l’ascoltatore a esplorare gli spazi vuoti, l’immensità dei silenzi attorno alle due voci e ai suoni. Morfeo permette di assaporare questi silenzi come un elemento attivo della costruzione musicale, la sottrazione come un arricchimento del tessuto compositivo. Marta e Manuel procedono spesso in punta di piedi, e per effetto del vuoto quei passi si sentono, come si sentono i respiri, i sospiri, le lievi esitazioni, i piccoli rumori organici che produciamo senza accorgercene. Quanto agli strilli, nel silenzio tagliano la pelle.

Certo, non mancano sorprendenti eccezioni, i pieni, le tumefazioni corali. “Red Bug”, il primo brano, si satura fino all’inverosimile, fino a sfiorare il rumore bianco, per interrompersi di colpo, sulla soglia del dolore. In”Fix in Medio”, Manuel detta non solo il ritmo indolente, ma spalma strati di un’armonia dilatata, su cui adagia assorto i suoi vocalizzi. E “1, 2, 3, 4 & 5″, uno scherzo tinto di jazz e funk che inizia in sordina e diventa poi una marcetta grottesca, è gonfiato via via di voci e di strilli, e di fronte a questa parata minacciosa non sai se sorridere o rabbrividire, perché tutti i passi di marcia, anche quelli più scanzonati, hanno un retrogusto di armi, polvere e guerra. La traccia fantasma, “Daylight”, sembra voler chiudere con un bozzetto di serenità impressionista, a due voci. Ma per quell’accartocciare sullo sfondo, e soprattutto per ciò che abbiamo ascoltato fino a quel momento, non ci sentiamo tranquilli. La vera dimensione di Morfeo è quella imprevedibile, volatile, ambigua, talvolta sinistra, del sogno.

Claudio Morandini 2012

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 “Gabbia” è un lavoro frutto della sintonia tra il percussionista Massimo Barbiero e la cantante Marta Raviglia pubblicato da Splasc(h) Records nel marzo 2014. Contiene le seguenti note di copertina.

“Dove entrai io qua dentro, o come e quando?”

La gabbia – il tema della gabbia, o meglio ancora la metafora della gabbia – attraversa secoli di letteratura, adattandosi a concetti assai diversi. Spesso fa riferimento ai vincoli d’amore, e allora diventa volentieri allegoria drammatica, si infittisce e ispessisce fino a diventare cella di prigione, doloroso ricetto (“Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,/mar senza riva e selva senza varco,/labirinto ingannevole d’errore” declama Giovambattista Marino, in endecasillabi sonanti che Marta Raviglia e Massimo Barbiero rendono alienanti, manicomiali). Amore è davvero guardiano severo, quando non spietato: hai voglia a sperare nella libertà, a sognare di volar via verso il cielo, o verso nuovi flirt meno teatrali. Il suo palazzo – e tuo carcere – è un’uccelliera priva di porte e finestre, è anzi un labirinto in cui ci si può solo perdere. Certo, si può sempre sospettare che tutta questa crudeltà sia parodistica, e che l’amore carnefice cantato dai poeti sia una burla tirata per le lunghe, un gioco di ruolo (come suggerisce “For de la bella cayba” di anonimo bolognese). Ma spesso la spietatezza è reale, dilaniante, e sincero il dramma della reclusione.
Sentite in “Qual vaga Filomela” (da Tullia d’Aragona) come la voce di Marta Raviglia si aggira inquieta negli spazi ristretti di queste gabbie che il tocco di Massimo Barbiero evoca con tonfi, sgocciolii, echi, scuotimenti metallici, bombiti. La voce esplora attenta i limiti della prigione, e per farlo meglio si moltiplica, si fa coro. Non è la voce seduttrice di Circe, Morgana, Armida, o di tutte le donne fatali su cui una lunga tradizione misogina ha fantasmato mentre erigono piranesiane architetture di inganni per distruggere il maschio. È invece la voce di tutte le donne che la letteratura per secoli ha descritto prigioniere, legate, immolate, abbandonate, facendone un emblema non solo della condizione femminile, ma della condizione umana in generale.

Ci sono prigioni in cui ci avvoltoliamo per conto nostro, celle rassicuranti e insieme soffocanti che ci costruiamo attorno pezzo per pezzo, tutte nostre. Ma la gabbia può avere anche un significato morale più generale, addirittura politico. Nei testi scelti per questo disco tale significato resta ben nascosto – fa capolino nelle prose moraleggianti, come nel “Rovistrice” di Leonardo da Vinci, o nella celebre terza satira di Ludovico Ariosto (“Non si adatta una sella”, con quel che segue). È la gabbia della condizione dei non privilegiati, dei sottomessi, dei servi. Ci si nasce, in quelle gabbie, si vive, ci si muore senza aver mai visto l’esterno, senza nemmeno avere mai imparato a immaginarlo. Gabbie ben più avviluppanti di quelle d’amore, che il tempo può crepare, quelle legate alla condizione sociale degli uomini non sempre si presentano come luoghi di detenzione: piccoli oggetti inutili le arredano, finte finestre si aprono su paesaggi di carta, schermi televisivi distolgono l’attenzione e fan passare la voglia di evadere. Pare bello starci reclusi, a chi non ha la forza di immaginare un oltre, nuovi spazi aperti in cui far combutta e ordire rivolte o almeno essere appieno se stessi.

Inevitabile, quando si tratta di gabbie vere o simboliche in letteratura, è sfociare nel tema parallelo della fuga, dell’evasione. È sovente solo un pensiero, una labile speranza, una nostalgia struggente: ma ecco che nella musica questa evasione diventa subito possibile, ecco che la voce sa liberarsi dai suoi lacci proprio mentre canta di prigionia e reclusione. Che cosa sia davvero, la gabbia da cui la voce di Marta Raviglia e gli strumenti di Massimo Barbiero vogliono uscire, è facile capirlo: la gabbia delle restrizioni, delle convenzioni, dei cliché comodi ma ingannevoli, dei limiti della natura o della meccanica, di un ordine precostituito. Ecco perché questo album diventa una rivendicazione di libertà, anche della libertà di vagare a vuoto, al limite anche di errare. La voce di Marta è nomade, volatile; le percussioni di Massimo sono stanziali, terrene, gravitanti; queste tracciano i confini dello spazio (ora labirintico, ora angusto come una cella) da cui quella, la voce, prende il volo. Ma il gioco prevede sempre uno scambio di parti, come si scopre nell’”Interludio II”.
In alcuni brani la voce, enunciato il testo di partenza, ascende, evade dalle parole di senso compiuto, si sbroglia dai legacci semantici, scivola via leggera, priva della gravezza del significato. Tornerà poi a quelle parole, ma per pronunciarle in modo diverso: saranno frantumate, borbottate, respirate come cose nuove. In altri brani la voce già da subito si libra lontana dalle parole, svolazza al di fuori dell’uccelliera di cui qualcuno ha dimenticato aperto l’usciolo.
Attenti, però: all’esterno, nei territori sconfinati che si aprono al di fuori delle sbarre divelte o forzate, si aggirano ronde di scherani pronti a riportarti dentro al suono di una marcetta grottesca e minacciosa. Li sentiamo sfilare in “Invano il passo”, da Ariosto (ma dei versi ariosteschi è rimasto, minaccioso, solo il titolo).

L’improvvisazione è arte difficile: improvvisare costruendo nello scorrere del tempo una struttura flessibile, morbida, che non reprima ma anzi garantisca libertà di movimento e stupori continui, e non smetta per questo di sembrare struttura, o meglio il sogno di una struttura, in un universo fatto di sogni in cui ogni sogno è diverso da tutti gli altri – qui sta la vera difficoltà. Quante improvvisazioni si sono arenate nella ripetizione di stilemi di scuola, in un gingillarsi compiaciuto e meccanico, e quante, per evitare tali rischi, si sono perse nell’astruso. In questo disco tale rischio è sventato da subito: c’è un’idea, chiara e forte, all’inizio; un piacere del suono mediato dal controllo reciproco; un’intesa profonda, nel dividersi ruoli e spazi.

Come in ogni commedia che si rispetti, anche questo disco si conclude con un lieto fine (“Cristiana”), che non toglie tutto l’amaro di bocca ma restituisce un po’ di sollievo: è un happy end di cauto ottimismo, forse velato da un’impressione di melanconia, quasi sicuramente virgolettato con ironia lieve.

Claudio Morandini 2014

 

 

 

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