Adelmo Farandola vive in una malga sperduta sulle Alpi, dove ha scelto di fare l’eremita  per dimenticare un’infanzia passata sotto i fili dell’alta tensione. C’è molto della pazzia in questa figura trascurata e scontrosa, che scorda tutto da un attimo all’altro e che sembra aver dimenticato la pietà; eppure sarà un vecchio cane spuntato dal nulla a costringerlo ad una sorta di riabilitazione al sentimento – se non altro a quelli di tolleranza e compassione – perché i cani, si sa, non riesci a scacciarli neanche con le pietre o se li prendi a male parole. La neve sorprende cane e padrone che fanno a gara per chi sopravvive meglio ai rigori di un inverno di carestie e isolamento: il valore aggiunto è che, senza che la cosa appaia forzata neanche per un momento, l’animale è perfettamente in grado di parlare. Mentre una tormenta copre le cose, Adelmo e il suo nuovo amico cercando di sopraffarsi a colpi di ironia, sempre vigili che ad uno non salti in mente saltare addosso all’altro per togliersi l’appetito. Ma è quando la primavera inizia a sciogliere la neve e da quel manto candido spunta il piede di un cadavere, che Farandola e il suo cane dovranno confrontarsi con qualcosa di molto più oscuro della fame o della fatica; ed è a questo punto che il cuore del romanzo abbandona il sentiero della favola per adottare tinte più scure, che ficcano le mani in un oscuro passato, e forse perfino in un terribile presente/futuro.
Ispirato alla letteratura svizzera per sua stessa ammissione, Claudio Morandini esercita in Neve, cane, piede (Exòrma, 2016) una scrittura levigata che lascia il respiro senza mai esagerare ad un racconto sul paesaggio; impossibile farlo senza frequentare, almeno un poco, il cuore degli uomini – o dell’unico, in questo caso – che ne fanno parte, che gli sono legati in maniera indissolubile. Morandini scrive con falsa semplicità una storia terribile, che si legge con la fame di chi vuol capire quanto in fondo possano arrivare gli uomini, quelli che sopravvivono e quelli che invece lasciano il passo. Tutto si tiene in piedi in una squisita atmosfera di credibilità e di terrore insieme, fino al temuto epilogo.
Questo libro è per chi medita di andare a vivere in esilio sul Grappa e per chi sa che non si può mai sparire senza lasciare almeno una traccia.

(Gaia Tarini, Barta.it)

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