Prima di tutto, come mia abitudine, due parole sulla Casa Editrice. Exorma si occupa soprattutto, ma non solo, di letteratura di viaggio in tutte le sue molteplici sfaccettature ed è infatti l’editore del Festival della Letteratura di Viaggio di Roma che si svolge ogni anno alla fine di settembre. Un editore piccolo e raffinato che credo non pubblichi più di una dozzina di titoli l’anno e che rappresenta però una garanzia non solo per la scelta dei testi e dei contenuti, ma anche per la cura che riserva ai materiali e all’estetica dell’oggetto-libro.

Dunque, dal catalogo di Exorma ho scelto Neve, cane, piede di Claudio Morandini, autore che mi era già capitato in precedenza di leggere e che è considerato, a ragione, particolarmente eclettico e capace di muoversi con agilità tra i più disparati generi narrativi. La sua ultima fatica letteraria è un romanzo breve ambientato nella solitudine inospitale delle montagne e incentrato sulla figura eremitica di un vecchio, Adelmo Farandola, ormai incamminato sulla strada senza ritorno della demenza senile. Accanto a lui c’è un cane sporco e malridotto che, paradossalmente, appare più incline alla parola del suo padrone, o forse è lui che, a causa dell’avanzare del male che gli obnubila la mente, se lo immagina così.

La loro esistenza, fatta di miseria e fatica quotidiane, procede sempre uguale a se stessa in quelle lande desolate fino a quando, al sopraggiungere del primo calore primaverile, non capita loro di imbattersi per puro caso nel piede di un cadavere sconosciuto che spunta da una valanga. Un simile espediente narrativo potrebbe autorizzare il lettore ad attendersi un racconto che da qui in avanti si dispieghi sulla linea del giallo classico o del noir, insomma una trama protesa a fare luce su qualche sanguinoso mistero. Invece no.

Il cadavere, come il cane e gli uccelli (cacciatore e prede), entra semplicemente a fare parte del niveo nitore dell’universo fisico e metafisico di Adelmo che intrattiene anche con esso il medesimo rapporto fatto di contatto reale e dialoghi immaginari, cosicché si può tranquillamente affermare che quel corpo morto (e ancor prima una sua specifica parte, il piede appunto) finisce per diventare un personaggio a pieno titolo, non più strano né meno credibile degli altri che popolano con i loro scarni movimenti e i loro dialoghi taglienti il libro di Morandini.

Tutto questo viene espresso con uno stile elegante ed essenziale, nel quale si scorge la fatica di asciugare, rimuovere ed eliminare ciò che è inutile e ridondante e che, contro ogni aspettativa, raggiunge esiti divertenti, anzi talvolta addirittura comici, specialmente nel rapporto tra il vecchio scorbutico e pazzoide e il cane malandato che gli fa da spalla.

Sul piano del significato infine mi sembra di potere affermare che il testo si muove all’interno di un doppio binomio volutamente contraddittorio. Da una parte quello fisico e classicheggiante, rappresentato dalla forza e indifferenza di una Natura che tutto domina e dalla debolezza eroica dell’uomo che tenta invano di resisterle. Dall’altra quello tipico del nostro vivere (e pensare) contemporaneo in cui il principio di realtà si fa sempre più incerto e viene mano a mano fagocitato dal sogno febbricitante di un’umanità dolente e solitaria che non sa più attribuire un senso compiuto alla propria esistenza.

(Andrea Vignini, ValdichianaOggi.it)

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