Questo libro è per chi ha voglia di una storia di solitudine. Per chi conosce la durezza della montagna. Per chi riesce ad essere socievole solo con gli animali. Per chi ha voglia di suggestioni lontane, visionarie ma al contempo realistiche.
Quella di Claudio Morandini è una narrazione breve, densa, essenziale, proprio come il titolo del suo ultimo romanzo Neve, cane, piede (2015) pubblicato da Exòrma.
In mezzo a montagne che potrebbero essere italiane o francesi e, perché no, svizzere, vive Adelmo Farandola, un vecchio eremita solitario che si nutre di patate, carne secca e vino per far fronte ai rigidi inverni.

Come un eremita nel deserto si inorgogliva nella solitudine.

Malgrado questo breve romanzo sia ambientato in mezzo alla natura, sui monti, dove non esistono barriere architettoniche e l’uomo stesso deve compiere un tragitto faticoso per raggiungere angoli dimenticati da Dio, il lettore ha come l’impressione di trovarsi in un ambiente chiuso. Non esiste in questo libro una descrizione di paesaggi vasti e sterminati, di orizzonti da ammirare. Piuttosto la montagna è rappresentata come un luogo pericoloso, ostile, minaccioso.
Se nell’immaginario collettivo spesso alla natura si associano il silenzio e la pace, in realtà seguendo Adelmo nelle sue giornate, ci accorgiamo di come invece la montagna produca suoni, rumori. Così come la neve diviene l’elemento naturale che amplifica il percepito rendendolo quasi ultraterreno.

La gente immagina che la montagna sotto la neve sia il regno del silenzio. Ma neve e ghiaccio sono creature rumorose, sfrontate, beffarde.

La neve è uno degli elementi essenziali di questo romanzo. Circonda Adelmo fino a soffocarlo e ad ucciderlo, costringendolo in una baita dove tutti i rumori esterni vengono attutiti o accentuati dalla neve stessa.

La neve chiede di entrare, vive, respira.

Neve, cane, piede è un romanzo che appare immediatamente realistico, che racconta la montagna come entità dura, inaccessibile, ostile. La narrazione appare concreta, a trattibrutale. Adelmo Faranda sceglie questo luogo per ritagliarsi addosso un’esistenza diisolamento e privazioni. Convive con Fame, Freddo e Sonno. Si isola da un mondo che non comprende e nel quale non si identifica più. Questo romanzo racconta la sua solitudine.

La solitudine di anni confonde la realtà vera delle cose e quella sognata.

Adelmo sente il bisogno di vivere nella natura diventandone parte integrante. Si fa neve, roccia, terra. Attraverso una prosa semplice, godibilissima, Morandini narra il rapporto tra un uomo, un vecchio cane randagio ed il piede di un cadavere. Il cane diviene un’appendice all’uomo, un compagno di avventure. Con il cane condividerà un inverno rigido, che porterà entrambi ai limiti della sopravvivenza.
Adelmo non ama parlare: rimugina, borbotta, mugugna. Solo con il cane riuscirà ad intrattenere un dialogo. Qui il realismo si trasforma in narrazione visionaria e a tratti onirica: chi gli giunge in sogno finisce col rimanergli accanto.
Non è dato sapere al lettore se i dialoghi con il cane siano reali o frutto della immaginazione.Ognuno può interpretare come desidera. A me piace pensare che sia stato proprio un animale a rendere umano un uomo che aveva dimenticato cosa significasse condividere, dialogare, giocare.
Adelmo è sporco, si nutre male, evita ogni rapporto con l’umanità. Un uomo dalla mente disturbata che cerca di dominare il suo mondo ad ogni costo. Il fatto che Morandini citi sempre il protagonista con nome e cognome è come a voler insistere su un’individualitàche altrimenti andrebbe persa insieme all’incipiente perdita di memoria di cui lo stesso Adelmo soffre.
Adelmo Farandola c’è, sopporta la fame e il freddo, resiste a mesi di segregazione volontaria ma necessaria alla sopravvivenza. Desidera ardentemente che il suo vallone, l’alpe di cui si sente il legittimo proprietario non venga contaminata da curiosi turisti o dal petulante guardiacaccia dal quale si sente spiato e minacciato. Tiene a bada chi capita lì per caso utilizzando senza remore sassi e fucile.
Il luogo che Morandini ci descrive, il monte su cui si svolgono i fatti, non è bello né accogliente. Non porta da nessuna parte se non su uno strapiombo assai pericoloso per lo stesso Farandola. Rappresenta il rifugio ultimo di un uomo che è al confine tra vita e morte. Un uomo nella sua fase di transizione. Perché l’esilio in un luogo così? L’autore non lo spiega e al lettore ignaro non resta che rassegnarsi ad attribuire questo o quel significato. Non lo sappiamo e non importa.
Quella di Adelmo Farandola è l’unica scelta possibile. Un uomo al cui lo scrittore ha dato un nome allegro, che richiama la Farandola, una danza provenzale che forse Adelmo ballava in gioventù, ma che oggi di certo non  riuscirebbe a ricordare.

Morandini è un autore raffinato e visionario. In alcuni dialoghi con il cane o con il guardiacaccia, sembra di trovarsi dinanzi un’opera di Samuel Beckett canzonatoria e allegorica. Come in Aspettando Godot, anche qui tutto muta per non cambiare mai. Ci accorgiamo del tempo che passa dal passare delle stagioni.
Quale colonna sonora per un romanzo come questo? Lo stesso Morandini, in un’intervista che ho letto sul web, risponde così:

Per le dimensioni ridotte, per la presenza di un limitato numero di ingredienti (o di temi, se vuoi), Neve, cane, piede mi è venuto fuori come una specie di sonatina. Ha anche una struttura tripartita, con un allegro iniziale che corrisponde all’autunno, un ampio movimento lento centrale che coincide con il lungo inverno passato sotto la neve, e un allegro finale primaverile. Non è una struttura vincolante, e nemmeno programmata: diciamo che pensare il romanzo in quei termini mi ha aiutato nella composizione, nel dosaggio, nella ricerca di un equilibrio.

Una struttura tripartita mi ha fatto pensare ad una composizione poco conosciuta di Igor Stravinskij (1882 – 1971): Tre pezzi per quartetto d’archi (1915). Comporre questa partitura dopo la Sagra della primavera, significò per Stravinskij un passo indietro verso l’essenziale. Due violini, una viola ed un violoncello sono gli strumenti protagonisti. Ciò che  ne scaturisce è una sovrapposizione di individualità ben delineate. Gli strumenti creano, da soli e insieme, degli effetti sonori. Sono suoni cupi, aggressivi, ritmati, come quelli della neve quando batte sulla baracca di Adelmo.
Il compositore russo si distacca dalla tradizione compositiva classica per creare un’armonia non convenzionale in una fusione timbrica ed un dialogo paritetico tra tutti gli strumenti coinvolti. Come in Neve, cane, piede, tutto è vitale: la montagna, la neve, la terra. Sperimentalismo sonoro da una parte e abbandono del realismo in favore della forza visionaria dall’altra.

Ah! Vi starete chiedendo che ci fa il piede di un cadavere su una montagna desolata. Andate a leggere il romanzo e lo  scoprirete.

(Cinzia Orabona, Librinmusica)

  • Share on Tumblr