In quegli anni di guerra Adelmo Farandola ha imparato il conforto di parlarsi da solo e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli. In quegli anni ha imparato a non sentire il freddo e a ignorare la fame, prendendo l’uno e l’altra a male parole, sfidandoli in interminabili tenzoni di retorica e insulti. 

 

Bello entrare in classifica e ancora più bello restarci, dicono. A volte però bisogna riconoscere che alcuni libri devono diventare protagonisti di piccoli miracoli per entrare nelle classifiche settimanali dei libri più venduti e se non ci restano non è certo perché non lo meritino, ma solo perché dette classifiche sono determinate da dinamiche difficili da comprendere, considerando anche il fatto che spesso non coincidono tra le varie, pur autorevoli, testate che le pubblicano.
Che cosa ha portato in classifica la settimana scorsa “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini, un romanzo breve uscito nel 2015 e mai scomparso dall’attenzione del pubblico che segue la piccola e media editoria a cui si può assimilare Exòrma? C’è voluta la “rivoluzione gentile” promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere eModus Legendi, un’iniziativa che mira a sfidare le classifiche di vendita per portare alla ribalta le scelte alternative -rispetto al mercato corrente- di lettori consapevoli che dal basso promuovono, con l’acquisto in una determinata settimana, il libro che risulta vincitore tra una cinquina di titoli, tutti votati sul forum di Ultima Pagina.
Una specie di festa dei libri, dei lettori e degli editori indipendenti che coinvolge molti appassionati, sostenuta da Loredana Lipperini su La Repubblica, Sabina Minardi suL‘Espresso, Francesco Musolino sul Fatto Quotidiano e Paolo di Paolo su La Stampa, solo per fare qualche nome, ai quali mi piace aggiungere quello di Mattia Pianezzi che su romaitalialab.it scrive che “Modus Legendi non si accontenta di ‘mandare un libro di una piccola in classifica’, come se fosse uno sgarro alla grande distribuzione editoriale; il progetto è più ambizioso e proiettato nel tempo, ed ha l’obiettivo tosto ma non impossibile di creare un piccolo bug editoriale, di far spostare il focus delle grandi case editrici dai lettori casuali ai lettori forti, che si sentono messi in secondo piano dall’editoria maggiore”.
Ho quindi aderito con entusiasmo all’iniziativa e ho comprato “Neve, cane, piede” nella “settimana santa”, come sono stati chiamati i giorni in cui si sarebbe monitorata la vendita del libro scelto dai billini; l’ho poi letto in un giorno e mezzo, sentendomi catapultata nel mondo solitario e allucinato di Adelmo Farandola, vecchio eremita che vive tra i monti, dai quali scende solo per fare le provviste per l’inverno all’emporio del paese, a valle.
Adelmo, abituato a stare da solo, quasi non conosce il suono della propria voce e tuttavia imbastisce dialoghi con oggetti e animali, con la Fame e il Freddo. Dialoga anche con lo strano cane che un bel giorno si presenta nei pressi della spelonca in cui l’uomo vive: il cane, brutto ma come tutti i cani disposto a prendersi anche le bastonate e i calci da chi sente essere la “sua” persona, si fa accettare e divide con Adelmo lo stesso freddo e la stessa fame.
Adelmo e il cane vivono in un mondo a parte, un mondo al quale incautamente si avvicina un giovane guardacaccia, che cerca di stabilire un contatto con il vecchio scontroso, con il risultato che spetta al lettore scoprire.
E il piede del titolo? Il piede affiora dal gelido candore che avvolge la vita di Adelmo durante un inverno che più rigido non si può ricordare, appartiene a qualcuno che forse è stato travolto da una valanga più a monte del punto in cui appare nel bianco e il vecchio lo tratta quasi come se invece di essere solo un pezzo di qualcuno, fosse proprio un qualcuno di per sé, in quanto piede: le allucinazioni dell’uomo affondano nella neve, insieme alla solitudine e all’incapacità di comunicare se non tra emarginati, in dialoghi tra immaginario e realismo.
“Neve, cane, piede” è un romanzo che si legge velocemente, soffuso di una malinconia che scivola nell’ironia di alcune situazioni e nella sensazione di profondo isolamento che è proprio degli spostati, degli incompresi, di chi è emarginato forse per scelta altrui: Adelmo è una specie di orso, che sembra mansueto, ma dal quale puoi aspettarti lo scarto di un gesto inconsulto e violento, un personaggio che non ispira simpatia, per il quale non soffri e che osservi a distanza e con curiosità per capire cosa farà, come se la caverà con quella fame che se lo mangia vivo e le provviste che sono finite, ammesso che le abbia mai fatte davvero, e le croste del suo stesso sudicio che gli fanno da corazza e lo proteggono dal mondo.
Mentre leggevo mi chiedevo cosa avesse ispirato Morandini a scrivere un racconto del genere e le risposte sono arrivate alla fine, in una nota dell’Autore dal titolo “Storia di questa storia”: Adelmo esiste, anche se il nome è di fantasia, anzi esistono tanti Adelmo nelle vallate alpine, uomini sui quali si tramandano racconti al limite del leggendario, eremiti non sempre selvatici che ogni tanto si concedono un’apparizione in paese, tra le persone “civili” con cui scambiano qualche parola.
Morandini ha incontrato il suo Adelmo quando, durante una salita in montagna, è stato raggiunto da una pioggia di pigne e sassi lanciate da un vecchio che in questo modo mirava a salvaguardare il suo spazio vitale, nel quale non voleva intrusioni di sorta. Questa nota conclusiva sulla storia vale quanto tutta la storia stessa, perché racconta della genesi di un racconto, dello stimolo che serve per accendere la fantasia e della sensazione di appartenenza che lega una vicenda a chi la racconta.

(Elena Tamborrino, Ex Libris)
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