Fra i meriti di Claudio Morandini, autore nato “di nicchia” ed emerso forse tardivamente, ma in stato di grazia ormai da non pochi anni senza che si evidenzi a tutt’oggi alcun prodromo di appannamento, si è annoverata da sempre la capacità di prendere in contropiede, di pubblicazione in pubblicazione, la compagine via via più nutrita dei suoi aficionados con repentini cambi di rotta, aggiustamenti anche drastici di scenari e registri narrativi, nel rispetto di un comune denominatore costituito dalla fresca inventiva e sorvegliatissima scrittura.
E tuttavia, a un primo esame, il suo più recente lavoro, Le pietre, risulterebbe smentire questa capricciosa quanto felice tradizione: il romanzo difatti si presenta, pur nella piena indipendenza di trama e personaggi, come una specie di ricca postilla ampiamente ispirata al clima narrativo e, soprattutto, geografico-umano del precedente, fortunatissimo Neve, cane, piede (Roma, Exòrma, 2015), e sembrerebbe davvero concepito per appagare elettivamente quanti, reduci dalla lettura dell’irresistibile apologo alpino, fossero – per citare l’Autore stesso – rimasti con l’acquolina in bocca.
In realtà, e a studiare più a fondo l’una e l’altra partitura, alcune non secondarie differenze, di mood non meno che di linguaggio, autorizzano a concludere che nemmeno stavolta Morandini abbia rinunciato al piacere di scostarsi senza preavviso dalle coordinate – magari rassicuranti, ma certo meno feconde di emozioni e inedite aperture interpretative – in cui lo attenderebbe e magari pretenderebbe il lettore-tifoso.
Per dire: appena aperto Le pietre, ci troveremo di fronte un io narrante quasi corale, il cui baricentro è talora, e volentieri, collocato nello sguardo (nonché udito) semi-ingenuo e semi-pettegolo di una banda di disincantati pastorelli che rammenta l’ineffabile “naia” che svolazzava intorno all’ancor più ineffabile prete bello parisiano. E, giacché ci siamo, converrà osservare come, al di là dell’ovvio debito nei confronti di Buzzati (peraltro, qui sfoltito di inquietudini e dolenzie), un’innegabile aura parisiana, solo occasionale in Neve, cane, piede, fatta di mai stucchevole bozzettismo e sagace mobilità di inquadrature, si percepisca e si gusti in molte pagine del romanzo appena uscito. Nel quale, va aggiunto, il pur sempre florido armamentario di uno stile costantemente curvato sulle esigenze di buon ritmo e pittura risulta qui e là snellito e centellinato fino alle soglie di una cifra minimalista che in Morandini non è da ritenersi così scontata. Una svolta potenzialmente regressiva, ove fosse mal governata: invece e per fortuna, ne deriva una scorrevolezza anche più pronunciata e soggiogante che nelle opere già licenziate, una grazia di toni e friendliness verso il bacino dei fruitori che richiama alla mente certa novellistica minore e minima di talune riviste per famiglia del primo Novecento, e suscita affettuosa corresponsione.
Si può scommettere che una polifonia fanta-geologica così gremita di immagini surreali e situazioni ad alto tasso di veri o presunti rimandi allegorici (basti pensare alla ridda di significati alti e bassi, intelligenti e sciocchini, che sarà possibile attribuire al bizzoso comportamento di un autentico esercito di pietre-gremlin che obbliga innocenti – ma non troppo – alpigiani a frenetiche e demenziali transumanze, e al pressoché quotidiano reset di una già risicata esistenza) scatenerà la creatività degli esegeti, e magari, inversamente, il malcontento dei soliti irriducibili indolenti: quelli che, per capirci, vorrebbero una chiave interpretativa già cotta e cucinata all’interno del testo stesso.
La verità sta nel mezzo: l’Autore ha voluto divertirsi e divertirci, servendo in tavola un menu stuzzicante che può essere spazzolato spensieratamente. Salvo tornare con calma, dopo, su alcuni snodi meno immediati; cercando sottili agganci, evocazioni: forti dell’onestà di giudizio, unita a placido acume, che appunto concede ogni serena digestione.

(Guido Conterio, Diacritica n. 13, 25 aprile 2017)

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