… E TI TIRANO LE PIETRE!
Per un critico letterario è dura ammettere di non sapere. Beh, sarà anche dura, ma voglio essere onesto: non so cosa diavolo mi spinge, ogni volta che prendo in mano un romanzo di Claudio Morandini, a continuare compulsivamente a leggerlo finché non finisce. Però è così: non si riesce a smettere. Detto questo, passiamo a dire qualcosa di più dettagliato su Le pietre.
Primo: Morandini sembra aver fatto pace con la sua terra, e cioè la Val d’Aosta. Ormai è il secondo romanzo ambientato in montagna. Certo, si tratta di monti dai toponimi vaghi e immaginari… però nei precedenti romanzi sembrava sforzarsi di tenersi lontano dalla sua città di residenza e dalla sua regione (fino a portarsi negli Stati Uniti e in Unione Sovietica in Rapsodia su un solo tema); mentre qui siamo sicuramente in una valle alpina, e mi piace pensare che sia del tutto valdostana. Il ritorno del nativo?
Secondo: come ben si sa, il Morandini dichiarò essere Neve, Cane, Piede, col grottesco e memorabile loner Adelmo Farandola, una sorta di spinoff di A gran giornate. Ebbene, Le pietre, con la sua vicenda surreale, tra Ionesco e la letteratura di montagna, di una valle dove abitanti e turisti vengono attaccati da pietre animate da una volontà malevola e ostile, è a tutti gli effetti uno spinoff dello spinoff, una nota a pie’ di pagina di Neve, Cane, Piede. Se quello vi piacque, questo non perdetevelo. Per nessun motivo.
Terzo: magari ci fossero ancora quei registi di commedie all’italiana dell’ultima fase, quelle amare, surreali, geniali degli anni Settanta, prima che arrivasse la dittatura dei comici con sponsorizzazione di Partito (non ho fatto nomi, eh?). Magari, dico, perché le ultime tre cose di Morandini, a partire da A gran giornate, risuscitano miracolosamente quello spirito acre e spietato, quel rovistare negli angoli più imbarazzanti del carattere nazionale (o della nazionale mancanza di qualsivoglia carattere). Le pietre sembra uno scherzo, una burla, un prendersi in giro bonario, ma se poi pensi a quel che succede ogni anno, perché le rocce le pietre le terre d’Italia non vogliono starsene ferme, ma oscillano, sussultano, franano, si sgarrubano, crollano, travolgono… insomma, sotto la vicenda surreale del piccolo villaggio alpino invaso e perseguitato dalle pietre, quanta politica ce poi trovà (come diceva tanti anni fa Stefano Rosso in una canzone che forse qualche coetaneo mio e dell’autore ricorderà). E leggendo immagini le scene della versione cinematografica che, ahinoi, non vedremo.
Quarto: non c’è più il Morandini di una volta. Ebbene, va detto. Vi ricordate quel curioso scrittore che a ogni uscita cambiava stile, genere e anche editore? Be’, questo è il secondo romanzo che pubblica con Exòrma (mi perdoni la coraggiosa casa editrice se non riesco a riprodurre l’epsilon iniziale). Ma dico, siamo impazziti? Cosa succede, editori che decidono di investire su uno scrittore che non è Personaggio? Ehi, ma siamo in Italia! Lo scrittore vale solo se pedofilo dell’ordine dei Templari oppure immigrato dal Botswana diversamente abile oppure maniaco-depressivo con simpatie neofasciste. Lo scrittore, come insegnano le Grandi Case Editrici, deve essere un fenomeno da baraccone, uno che va da Vespa, uno che fa a botte al ristorante, possibilmente con un’infanzia infelice alle spalle, tossicodipendenza, in carcere in Moldavia, qualche mese nell’ISIS, tatuaggi, vedete un po’ voi. Amici di Exòrma, io Morandini un po’ l’ho capito, non è Personaggio, è un insegnantesa anche scrivere! Fermatevi! NON BUCA LO SCHERMO!
Quinto e ultimo: giusto che Morandini riconosca il debito che ha coll’Abbé Henry e la sua istoria della Val d’Aosta del 1929, ma non sarà anche il caso di fare il nome del grande, grandissimo Dino Buzzati?
(Umberto Rossi, Pulp Libri online)
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