Claudio Morandini e le rolling stone del paese delle transumanze

di Erika Nicchiosini

Comunque, una volta, quando i nostri vecchi erano giovani, questa valle non era così, un mondo in frantumi. Crediamo di sapere da chi è iniziata tutta la storia. Lo sappiamo perché continuiamo a raccontarcelo gli uni con gli altri, la sera, fino alla noia.

Rotolano, modificano il paesaggio, mantengono in continua tensione la comunità con cui vivono. Decidono di apparire a seconda del proprio gusto movimentando – in ogni senso – la vita di una piccola comunità. Piccola comunità che vive circondata dalle montagne, ma non da montagne svettanti, maestose, degne di quei panorami da cartolina che si è soliti inviare ad amici e parenti, bensì montagne destinate allo sgretolamento, che poco hanno da offrire a parte un generale e instabile sfasciume.
E su un gioco di continui movimenti, di rimandi e di memorie che si snoda il filo dell’ultimo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre (Exorma, 2017). Con la memoria, gioca. Ma non è questo un gioco da prendere con leggerezza, perché quest’ultima è materia da trattare con cura, dignità e onestà, poiché genera le fondamenta da cui si dipanano le vicende degli abitanti di Sostigno – o della speculare Testagno, a seconda delle transumanze – e del tempo che ancora ha da venire.
Nuovamente, dopo Neve, cane, piede (Exorma, 2015), la montagna è protagonista indiscussa: luogo ove la vita è difficile, faticosa, scandita dai cambiamenti stagionali, in cui la vita stessa dell’uomo, degli animali, delle cose, è attaccata alle rocce come i ricordi all’esercizio della memoria. Ma se in Neve, cane, piede l’autore affronta e narra senza troppi fronzoli l’isolamento dell’uomo, immerso in un ambiente ostile così come nell’ostilità e nella ripetizione dei suoi stessi gesti, ricordi, pensieri, con Le Pietre egli prende il lettore contropiede, pur regalando un seguito a coloro che dal precedente romanzo erano rimasti con un «po’ di acquolina in bocca». Come le pietre ballerine di cui racconta, Morandini prende in giro, fa una piroetta, ribalta la feroce realtà di Adelmo Farandola e la trasforma nella realtà surreale di Sostigno e Testagno ove, da che l’io narrante ha memoria, le pietre hanno preso possesso del paese. Arrivate quasi alla chetichella a casa dei coniugi Saponara, cittadini trasferitisi in montagna per rilassarsi, si sono impadronite del paese e gli sparuti abitanti se le trovano ormai ovunque: nelle scarpe, nel letto, persino nella zuppa.
Che fare, dunque, quando l’elemento naturale prende il sopravvento sulla volontà dell’uomo, sulla sua necessità di regolamentare tutto sempre e comunque, di assoggettare ciò che è l’ambiente alle proprie necessità e desideri? Nulla. La comunità si abitua, la gente si adatta, edulcora o amplifica alcune situazioni, esprime la propria singolarità ricamando racconti e visioni personali. Morandini riesce, attraverso un lessico puntiglioso e musicale, capace di toccare differenti registri narrativi, a creare una carrellata di personaggi strabilianti: maghi, santoni, giornalisti, geologi, uomini di culto, ma anche semplici paesani che nelle pietre vedono il Male o una opportunità di guadagno, offrono una propria versione dell’astrusa vicenda che coinvolge il paese. Ogni personaggio, attraverso i ricordi e le memorie filtrate da un io narrante – ragazzino all’epoca delle prime pietre semoventi, ormai adulto nella realtà di una Sostigno quotidianamente alle prese con le pietre –, fornisce elementi attraverso cui il lettore ricostruisce la storia del paese e Morandini è abile nel guidare quest’ultimo in un continuo altalenarsi tra racconto corale e in prima persona, rimescolando consapevolmente i piani del reale e del fantastico. Innescando, infine, una sorta di cinematografica “sospensione dell’incredulità”. In uno scenario plausibile, reale e riconoscibile, ove abitudini e fatiche sono vivide e concrete – tangibili, perché ereditate da tradizioni antiche – in cui i discorsi sono quelli di tutti i giorni, semplici e alla mano, si innesta la vena di una “follia” che è parte stessa della natura. Sta a noi decidere se credere oppure no. Morandini ce ne lascia facoltà.

(Erika Nicchiosini, Fuori Asse n. 21, dicembre 2017, pagg. 166-7)

 

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