In questi ultimi anni va molto di moda scrivere di montagna. Paolo Cognetti, Marco Balzano, Sandro Campani, per ricordarne solo alcuni, hanno scritto cose eccellenti. Anche la vostra affezionatissima, si parva licet, si è buttata sulla scrittura appenninica. Ma se volete leggere un autore che dirà qualcosa di veramente nuovo e diverso e toccherà il vostro cuore e la vostra fantasia su questo argomento, allora il vostro uomo è Claudio Morandini. Io l’ho conosciuto (virtualmente) grazie a una bella recensione che ha scritto su La famiglia che perse tempo, il romanzo di mio fratello Maurizio pubblicato nel 2015. In quello stesso periodo ho letto Neve, cane, piede, un romanzo incredibile, che ha conquistato il mio cuore per sempre. Poi è uscito Le pietre, delizioso, e Le maschere di Pocacosa, che io non ho letto, ma che ho regalato a una delle mie nipotine. Potevo forse perdermi Gli oscillanti? L’ho comprato appena uscito e me lo sono sciroppato in tre giorni.
È la storia di una giovane ricercatrice che, suggestionata da alcuni ricordi d’infanzia, si trasferisce nel piccolo paese di Crottarda con l’intento di studiare certi canti e richiami in uso tra i pastori del luogo. Crottarda è un villaggio situato in fondo a una stretta valle, che a causa di una pessima esposizione rimane all’ombra per quasi tutto il giorno, quasi tutto l’anno. Laggiù l’aria è gelida e umida, sui muri fiorisce la muffa, le case sanno di umidità, le lenzuola sono sempre bagnate. Ben diversa la sorte di Autelor, sul versante opposto, più in alto, esposta al sole 24 ore su 24. Tra i due villaggi esiste una rivalità di lunga data, ed è un continuo farsi dispetti, a volte lievi, a volte grossolani e violenti.
All’inizio della lettura pensavo tra me: carino, divertente, ma non è Neve, cane, piede! Andando avanti, però, mi sono dovuta ricredere: è un romanzo che ti cattura, perché ti porta piano piano a immergerti nel lato più oscuro dei luoghi, delle persone e delle storie. Come Fausto, lo speleologo che si addentra nei cunicoli del sottosuolo, anche la narratrice, e noi con lei, sprofondiamo nel cuore delle cose, ci facciamo catturare da quell’oscurità, da quella profondità che ci avvolge. Sono reali o immaginari i canti che la ricercatrice ha sentito da bambina e ancora percepisce certe mattine all’alba? Sono reali o immaginari gli esseri viscosi in cui lei e Fausto si imbattono sottoterra? Cosa vogliono dire certi vocalizzi, certi suoni incomprensibili ma incredibilmente musicali e toccanti? E qual è il segreto di Bernardetta, la strana ragazzina che diventa l’anima gemella della narratrice?
Morandini non ci dà una risposta: semina in noi una serie di dubbi che riguardano, sì, Crottarda e i suoi abitanti disabituati alla luce del sole, ma anche noi, le nostre vite, il senso delle nostre parole.

(Marisa Salabelle, marisasalabelle.wordpress.com)

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