Una geografia immaginaria
di Domenico Calcaterra

 

Scrittore oramai di lungo corso, l’aostano Claudio Morandini negli ultimi anni si è dedicato a edificare una sua immaginaria geografia che coniuga visione e mistero e che ha come teatro d’elezione la montagna. Dalla svolta di Neve, cane, piede (Exòrma, 2015), che seguiva all’allegoria d’una umanità spaventata del polifonico A gran giornate (La Linea, 2012), fino ai più recenti Le pietre (Exòrma, 2017) o Le maschere di Pocacosa (Salani, 2018), si è mosso con maestria sul terreno della fiaba moderna per mettere in scena le ineludibili soglie dell’esistenza: vita e morte; realtà e visione; luce e ombra; sonno e sogno.
In coerenza rispetto alla strada imbeccata di un realismo dilatato (e che oggi potremmo ribattezzare del dubbio ontologico), anche con Gli oscillanti (2019) rimane fedele a una cifra di dettato e di stile che suona oramai familiare. Protagonista è una giovane etnomusicologa che, appassionata dell’antico fenomeno dei canti notturni usato dai pastori per comunicare, si stabilisce a Crottarda, località conosciuta da bambina e rimasta impressa nella sua memoria per la presenza di queste voci misteriose. Simile a una “dolina gigante”, Crottarda è posta su un versante montano in ombra e segnato dall’oscurità, dinanzi al villaggio, al contrario inondato dalla luce, di Autelor: tra gli abitanti dei due paesi non corre da sempre buon sangue espressioni di due modalità del vivere e dell’essere, profondamente legate all’ubicazione di quei luoghi. Aiutata dalla bislacca Bernardetta e dallo speleologo Roberto, l’etnomusicologa è travolta da un impeto di ricerca che presto diviene totale, pronta ad osservare, registrare tutto quanto succeda attorno a lei.
L’atmosfera dominante progressivamente diventa quella di una incertezza o incapacità di discernere appieno quanto accade, immersi entro uno “stato costante di semisonno” che avviluppa cose e persone. La ricerca procede a fatica, si arriva perfino a dubitare che il fenomeno esista o che esista solo per la ricercatrice che percepisce i poveri crottardesi oscillare “in ogni gesto, ogni giorno”. Il bel titolo viene ripreso da Morandini da un suo libretto operistico di qualche anno fa, non con un vero intreccio ma costruito su dei motivi dominanti, come appunto l’oscillazione, la fluttuazione, la precarietà, e che però nulla ha a che fare con la materia del romanzo. O forse, titolo a parte ovviamente, il solo punto di contatto è proprio il costituirsi del racconto più su motivi che su fatti. Del resto, le trame delle ultime prove di Morandini sono esilissime, essendo egli più scrittore di paesaggi e passaggi che un puro narratore.
Non a caso si è parlato di una geografia immaginaria che contempla sperdute comunità montane, abitate da singolari personaggi: che si tratti di un’isolata malga (Neve, cane, piede), di Testagno e Sostigno (Le pietre) o delle rivali e complementari Crottarda e Autelor (Gli oscillanti), l’occasione, per lo scrittore, è sempre quella di mettere a nudo nevrosi e paure contemporanee, grazie all’insistito ricorso a un educato grottesco che qui, a tradire un sabaudo pudore, riesce quasi stenografato. Un grottesco che elude l’autobiografia (che è invece centrale e ossessiva nelle scritture di un Permunian) e che preferisce alludere, suggerire in punta di penna. Così come assente è il graffio autocompiaciuto degli sconfinamenti grotteschi di un saggista di razza come il Massimo Onofri di Benedetti Toscani (2017), capace di affollare la pagina di un bestiario fantastico di tipi umani.
Avendo in mente le suggestioni tratte dai suoi amatissimi scrittori di montagna, su tutti Charles-Ferdinand Ramuz (qui chiamato in causa sin dall’esergo), Morandini offre un’onesta prova narrativa, per un romanzo da cui trapela l’agile sapienza artigiana dell’autore nel costruire atmosfere, far dialogare personaggi e paesaggio. Eppure, ciò che più manca agli Oscillanti è una galleria di personaggi davvero memorabili, a cominciare dalla protagonista che scompare dinanzi all’Adelmo Farandola di Neve, cane, piede (per rimanere alle ultime cose) o all’indimenticabile Rafail Dvoinikov di Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010). 0 forse l’operazione ambiziosissima dello scrittore è stata quella di mettere al centro, come unico e solo personaggio, appunto il paesaggio e le sue voci? L’insistere insomma su una vena che ha già offerto i suoi frutti migliori è il peccato originale del romanzo stesso: sarà interessante tornare a leggere Morandini quando avrà ripreso ad allungare lo sguardo altrove, magari dribblando la tentazione della fiaba moderna.

(Domenico Calcaterra, L’Indice dei libri del mese, febbraio 2020)

 

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