Gli oscillanti, di Claudio Morandini, Bompiani 2019, pagg. 253
Gli oscillanti” è un titolo curioso. Ti dà subito l’idea che nasconda un enigma, un trucco, un mistero. Ho letto altri romanzi di Claudio Morandini: quello con cui l’ho conosciuto, “Neve, cane, piede”, e l’altro, “Le pietre”, ambedue ambientati in montagna – come questo di cui parlo oggi – ambedue popolati da personaggi strani, che vivono in modo diciamo originale, in paesini di montagna dove possono accadere cose strane. Però i titoli. Ecco, i titoli di quei due romanzi sono diretti, vanno dritti su elementi concreti, ti immagini già un contesto, ti sembra di muoverti su un terreno sì scosceso ma con dei facili appigli. Nel titolo di questo nuovo romanzo, invece, ti sembra di avere davanti qualcosa di sfuggente. E iniziando la lettura, procedendo di capitolo in capitolo, ti rendi conto che c’è davvero molto di sfuggente nella storia.

Ma procediamo con ordine.
La storia è ambientata in una anonima e scoscesa valle montana in cui due paesi, Crottarda e Autelor si trovano uno di fronte all’altro. Essendo la valle stretta e vertiginosamente verticale, il suo orientamento fa sì che Crottarda sia quasi sempre all’ombra, se non al buio, mentre Autelor gode della luce piena del sole per tutto il giorno. L’esposizione a cui i due versanti sono soggetti determina anche il carattere degli abitanti: quelli di Autelor sono più allegri, espansivi, amano cantare e ballare e vestirsi con abiti colorati; quelli di Crottarda sono scorbutici, un po’cupi e lunatici, vestiti sempre di scuro e di poche parole. Ad Autelor le case sono circondate da orti e giardini rigogliosi; a Crottarda, che è sospesa su un’enorme dolina, le case sono piene di muffe e funghi, ed esalano un odore di stantio e di decomposizione.

L’antipatia tra le due comunità si manifesta a volte con scherzi di dubbio gusto, altre con comportamenti piuttosto violenti; segni tangibili di un odio di vecchia, vecchissima data, un odio che è andato crescendo perché, in un tempo remoto, invece, le due comunità andavano d’accordo, sfruttando tutti insieme il lato all’ombra d’estate e quello solatio d’inverno. Ma poi, va’ a sapere cosa è accaduto …
Il romanzo prende il la quando arriva nella valle – siamo negli anni Ottanta – un’etnomusicologa, ricercatrice universitaria, che vuole registrare e studiare i canti dei pastori di Crottarda; canti che aveva sentito da bambina quando in quel borgo ci era stata in vacanza con i genitori, e che sembrano essere un vero e proprio linguaggio ancestrale – tramandato di generazione in generazione – tramite il quale i pastori possono comunicare a distanza, da una malga all’altra, o dai pianori in alto verso la valle in basso. I suoi ricordi in merito alla riservatezza degli abitanti non solo si confermano, addirittura sperimenta quanto i crottardesi siano tutt’altro che ospitali e aperti. Accolgono i forestieri travestiti in modo da sembrare deformi e rintronati, e poi se la ridono alle loro spalle quando, terrorizzati, i turisti se la danno a gambe levate. Questo comportamento canzonatorio sembra essere una loro caratteristica: simpatica finché rimane uno scherzo innocente, infingarda quando assume dei connotati più misteriosi e borderline. Di più: sembra proprio che oltre a non amare i forestieri abbiano qualcosa  da nascondere, qualcosa di cui non si può, anzi, non si deve parlare. Qualcosa di inquietante. E allora iniziano i depistaggi, percorsi con una certa crudeltà, ai danni della testarda etnomusicologa. Ad un certo punto, dopo una serie di tentativi finiti con frustrazione, le toccherà arrivare a queste conclusioni:

Davvero li sento oscillare, questi poveri abitanti di Crottarda, in ogni gesto, ogni giorno, e se li potessi osservare nel corso della loro vita intera li vedrei oscillare da quando nascono a quando muoiono, tra la loro esistenza ufficiale e il loro lato nascosto, tra il bisogno di luce, sempre troppo scarsa e precaria, e l’attrazione per il buio che li insegue fin nelle case, fin nel sonno, tra lo sfogo ilare e triviale delle burle e un’insofferenza che spesso interrompe precipitosamente anche gli scherzi più elaborati e riporta un senso tangibile di malinconia. (..) Oscillano, i miei poveri crottardesi, tra bisogno di nascondersi e necessità di uscire allo scoperto, di respirare l’aria di fuori; tra impulso a esprimersi e mutismo (..) tra un sopra che si allontana e diventa irraggiungibile, o che schiaccia e opprime, e un sotto in cui sprofondare (..) tra umano e non umano; tra vivo e non vivo. Gli oscillanti, mi viene da chiamarli. E a questo punto un po’ oscillante finisco per sentirmi anch’io. (pag. 149)

Ecco che la stessa narratrice comincia a dubitare di oscillare lei stessa tra realtà e artificio, teme di non rendersi ben conto se i fatti a cui le sembra di avere assistito siano realmente accaduti o piuttosto siano residui di sogni e incubi, se i luoghi esplorati e le persone viste siano reali o frutto dell’immaginazione condizionata dai racconti. Oscilla lei stessa tra evidenza e fantasie.

Un terreno scivoloso e pieno di insidie, sia quello dei rapporti con gli abitanti, che quello fisico col territorio, che, guarda caso, si giustappone ai caratteri e ai misteri dei crottardesi:

Fausto mi conferma che è pieno di doline e inghiottitoi qui attorno, l’intera valle è un groviera, il processo carsico ci ha lavorato a fondo, ogni giorno si scoprono nuovi ingressi. (..) Caverne verticali ovunque, meandri, baratri, pozzi e pozzoni e sifoni in abbondanza, e appunto doline splendide, alcune larghe come camion, altre strette come grondaie. (..) Non si notano, se si ignora la loro esistenza: la vegetazione ne ha rivestito per bene le aperture, nascondendo gli abissi. (pag. 184)

Misteri: il parroco ne è certo, quello che succede forse è meglio non saperlo, e di certo non è normale. Nelle sue parole, Morandini ci infila una divertente autocitazione:

Non le leggende melense che si trovano un po’ dappertutto, di diavoli che tentano le pastorelle su un ponte o su un sentiero, o di pietre che rotolano in salita e ti volano fin dentro casa. Parlo di storie ancora più strane, di origine incerta, paurose e belle, almeno per chi ama il genere. (pag. 171)

Ed un mistero è anche Bernardetta, una adolescente inquieta e selvatica di Crottarda che diventa la sua ombra, o che forse le mettono alle calcagna gli abitanti per poterla controllare meglio. Sono costrette a condividere la camera – nella pseudo pensione in cui alloggia la protagonista – e il loro rapporto è un po’ altalenante. Tra loro, pian piano, tra bizze e ripicche della ragazzina, e tentativi concilianti della protagonista, si instaura un rapporto che non si sa bene se sia d’amicizia, di sorellanza o materno. Bernardetta è un’orfana, la madre è sparita e non si sa che fine abbia fatto; lei a volte pare scema, altre furba o scaltra, o pilotata, e non si capisce mai fino in fondo se sia a conoscenza dei segreti di Crottarda o se anche lei ne sia all’oscuro; se sia vittima dei complotti paesani (ammesso che esistano) o se ne sia partecipe. Il suo atteggiamento nei confronti della ricercatrice cambia repentinamente, oscillando tra malanimo, affettuosità, gelosia, complicità, ostilità. E la musicologa non riesce a distaccarsi da tutto questo, fatica a concentrarsi sul suo obiettivo, che in fondo è solo legato ai canti, ma che in realtà sembra ormai naufragare, perché è totalmente attratta e assorbita dall’aura di mistero che ruota attorno al paese e ai suoi abitanti. Indaga, fa domande – spesso inopportune – esplora territori che le sono vietati e si guadagna una crescente ostilità da parte della comunità. Fino ad avvicinarsi troppo a risolvere il mistero che si nasconde tra le ombre e i chiaroscuri, muovendosi in quella che sembra divenire un’allucinazione – la febbre di cui è vittima e i decotti che le propina la proprietaria della camera in affitto la gettano ancora di più in questo incubo – inquietante come i sogni dei crottardesi e le fantasie erotiche di Bernardetta, o minacciosa come le statue-feticcio scolpite da un artigiano del paese e presenti in tutte le case.

Il romanzo che sembra partire sull’onda del thriller, mantiene fino alla fine una notevole tensione, con momenti di vera suspence; tutto è giocato sugli equivoci, sui misteri, sul lato nascosto della realtà.

(Pina Bertoli, Il mestiere di leggere; v. anche https://ilmestieredileggereblog.com/2020/07/01/libri-da-portare-in-vacanza-i-miei-consigli/)