La protagonista e narratrice è una giovane ricercatrice senza nome, un’etnomusicologa, che decide di studiare i canti dei pastori in un paesino di montagna. Da bambina andava in vacanza con i genitori a Crottarda e di notte sentiva degli strani canti; da allora è rimasta con la curiosità di capire di cosa si trattasse e si reca perciò nel villaggio per cercare di capirne di più e farne oggetto di uno studio.
Crottarda è un paesino minuscolo, costantemente immerso nel buio a causa dell’infelice posizione in cui si trova, sempre in conflitto con il vicino paesino di Autelor, che invece gode di luce e caldo tutto il giorno. Gli abitanti dei due paesini rispecchiano il clima a cui sono sottoposti: tanto sono cupi e chiusi gli abitanti di Crottarda, quanto sono allegri e vitali quelli di Autelor.
La protagonista alloggia a Crottarda dalla signora Verdiana, dove condivide una camera con una ragazza ancora adolescente, Bernardetta, bizzarra, sfrontata, fissata con le avventure erotiche, e anche molto semplice, tanto che la ricercatrice pensa che possa avere un lieve ritardo mentale.
Scoprire l’origine e il significato dei canti sarà molto più difficile di quanto la giovane pensasse, perché gli abitanti di Crottarda sono evasivi al riguardo, come se volessero custodire gelosamente un segreto.
Il romanzo regala al lettore descrizioni perfette delle montagne e delle doline, tanto che sembra quasi di stare con la protagonista; personalmente mi ha fatto un effetto molto realistico e di grande e suggestiva immersione nell’ambiente descritto. I personaggi sono descritti splendidamente in tutte le loro peculiarità, più i crottardesi che la protagonista a dire il vero.
Durante la lettura non ho potuto fare a meno di pensare a quanto resterebbe deluso uno straniero che leggesse questo libro sperando di trovarvi quell’Italia immaginata per stereotipi: sole, cordialità, espansività… Qui è tutto il contrario: il buio domina sia l’ambiente che la mente dei personaggi, la chiusura è estrema, quasi patologica. Se all’inizio del romanzo è piacevole leggere di quegli ambienti montani, per quanto cupi e per quanto abitati da persone bizzarre, pian piano l’atmosfera si fa opprimente, ma in maniera graduale. Più di così non posso dire perché sarebbe un gran peccato svelare come procede il romanzo, dovrete leggerlo da voi.
Devo essere sincera, per quanto Morandini mi sia molto piaciuto con i due romanzi che ho letto (Neve, cane, piede e Le pietre), ho esitato ad avvicinarmi a questo libro, perché l’etnomusicologia non è certo un campo di mio interesse, e lo temevo un romanzo noioso. Sbagliatissimo: troviamo qui un’ottima scrittura, un’ottima rappresentazione di personaggi e paesaggi, un’ottima resa dell’atmosfera soffocante. Tutto questo, mi pare, è la cifra stilistica di Morandini, quello che ci si può aspettare dai suoi libri. Perciò, anche in assenza di interesse per l’etnomusicologia, il romanzo è molto interessante da leggere, e mi ha confermato che questo autore è un ottimo rappresentante della letteratura italiana contemporanea, che senz’altro va tenuto d’occhio. Tanto che ho trovato questo il suo miglior romanzo fra quelli che ho letto.

(Marina Taffetani, Sonnenbarke)

 

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