In Rapsodia su un solo tema, il narrato è disposto su tre piani. In superficie si collocano le avventure del protagonista, Ethan Prescott, musicista e professore universitario di Filadelfia. Affascinato dalla personalità di Rafail Dvoinikov, autore ormai dimenticato della “Rapsodia per un solo tema”, Prescott compie diversi viaggi in Russia per intervistare l’anziano collega e raccogliere la documentazione necessaria alla redazione di un libro che ne celebri la vita e le opere. Dai dialoghi fra i due musicisti e dagli altri materiali rinvenuti e catalogati dallo studioso americano, emergono sia la biografia di Dvoinikov sia la storia della musica colta in Unione Sovietica dalla Rivoluzione d’Ottobre fino al disgelo kruscioviano. Per quanto riguarda Ethan Prescott invece, tocca ai monologhi interiori, al diario personale e allo sforzo memoriale il compito di ricostruirne la vita privata e la carriera professionale, nonché i rapporti con le istituzioni accademiche ed editoriali.
Al di sotto di questo livello si colloca uno strato tematico più profondo, in cui la componente narrativa lascia il passo ad una dimensione decisamente saggistica. Obiettivo di quest’area del testo, che solo per comodità di esposizione conviene collocare su un livello diverso da quello della trama, visto che nel romanzo l’intreccio fra narrazione e saggio è strettissimo e continuo, è la discussione della musica colta del Novecento. Si tratta un’analisi che per la difficoltà dell’argomento e l’elevato tecnicismo del linguaggio potrebbe far allontanare i molti lettori non versati nella materia, se in Morandini il raffinato esame della musica novecentesca non fosse sempre sostenuto da una robusta passione. Scaldato da questo fuoco interno il lettore acquista piena coscienza, non tanto dei risultati conseguiti sul piano tecnico e formale dalle avanguardie musicali del Novecento, quanto della vitale importanza della musica colta, innanzitutto per chi l’ha praticata ed ascoltata, e poi soprattutto per l’intera cultura del ventesimo secolo.
L’operazione si rivela possibile grazie alla mediazione dell’autore, che è animato da una tale corrispondenza di amorosi sensi con l’argomento in questione da vivificarlo e renderlo attraente anche agli occhi del lettore più sprovveduto. Il terzo livello del romanzo, anch’esso strettamente intrecciato ai primi due, è costituito da una meditazione sui rapporti fra arte e potere. Qui la dimensione narrativa torna a dominare la scena così da recuperare quella saggistica e rivestirne lo scheletro con la carne dei personaggi e delle loro storie. Sono infatti le vicende personali di Rafail Dvoinikov e Ethan Prescott a guidare il lettore in una doppia indagine che si appunta prima sulla relazione fra avanguardie artistiche e potere politico nell’Unione Sovietica e in seguito si sposta su quella fra arte e mercato nelle società capitalistiche. Se il parallelo fra le due esperienze è sconvolgente ‒ accanto ad un Rafail Dvoinikov che compone un Poema a Stalin viene a trovarsi un Ethan Prescott autore del Te Deum pro the Desert Storm ‒ le conclusioni appaiono inquietanti: “Mette i brividi pensarlo ‒ fa sentire di colpo meno liberi sapere che il mondo del libero mercato vuole da noi, sia pure attraverso metodi assai meno inquisitori delle censure e delle purghe sovietiche, i medesimi risultati: ottimismo, sentimento, afflato eroico, marcette e valzer” (p. 182). Discutere dell’artista e del principe, sia quest’ultimo un despota o un tycoon, rappresenta in ultima analisi la preoccupazione principale del testo (senz’altro l’autentico tema del romanzo, in ciò monotematico come la composizione da cui prende il titolo).
Non a caso al problema viene dedicato un apposito e delizioso inserto, il “Viaggio musicale nel ventesimo secolo”, un pamphlet settecentesco opera di un presunto antenato di Dvoinikov. Le riflessioni contenute nel “Viaggio musicale” hanno il merito di situare la questione della (in)dipendenza dell’artista nel contesto del suo primo storico manifestarsi durante la Modernità, al tempo del crollo dell’Ancien Régime e del sorgere dell’egemonia borghese. La complessità tematica del romanzo è ripresa da quella strutturale. Rapsodia su un solo tema è un archivio di generi e scritture diverse. Per quanto riguarda i primi, nel romanzo si ritrovano aree riconducibili al saggio, al diario, al racconto storico, al romanzo sentimentale e a quello epistolare. Per le seconde invece, si va dagli appunti alle note a piè di pagina in stile accademico, passando per la scrittura burocratica (i verbali degli interrogatori ai quali è sottoposto Dvoinikov) e quella autobiografica.
La lettura del romanzo di Morandini assomiglia ad una passeggiata in una casa degli specchi. La complessa architettura del testo si regge infatti su una fitta trama di corrispondenze interne. La carriera artistica di Dvoinikov richiama quella di Prescott, la tecnica musicale del compositore russo (basata sull’ironia, la dissimulazione, lo spiazzamento) si rispecchia nel tessuto narrativo e linguistico del romanzo, mentre l’esperienza musicale dei due personaggi chiave è la traduzione in un altro linguaggio di quella letteraria del loro autore; il Settecento, infine, è già il Novecento in nuce e così via.
Valga come esempio di questo gioco di rifrazioni la visione dell’opera d’arte come un tessuto continuo di citazioni. Quest’idea (postmoderno d.o.c.) è implicita nella consapevolezza da parte di Dvoinikov della definitiva “impossibilità di scrivere qualcosa che non sia già stato scritto” (p. 175), principio messo in pratica da Joseph Mathias Mayer, il suo antenato settecentesco, che compone il suo libello rifacendosi a Rostand e Swift. Ma il metodo in questione vale soprattutto per lo stesso romanzo di Morandini, che non si finge testo originale ma si presenta appunto come un coacervo di materiali opportunamente riciclati. Nessuna meraviglia quindi che leggendo Rapsodia su un solo tema si finisca per provare un senso di leggera vertigine, come ad inoltrarsi in un paesaggio soggetto ad impercettibile e tuttavia costante mutazione, realizzata però non attraverso la differenza, ma la somiglianza fra i vari luoghi che lo compongono. Questo stesso capogiro, d’altra parte, in un ultimo e decisivo rispecchiamento, Ethan Prescott lo prova ad ascoltare la musica di Rafail Dvoinikov, che, ora lo si dovrebbe capire, vale così come metafora di ogni opera d’arte che persegua con tenacia il progetto della propria autonomia.
(Marco Codebò, http://www.retididedalus.it)

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