Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più delle pareti di roccia.Giù in paese, allora, prima che sia troppo tardi e una nevicata renda difficoltoso il cammino.

Un vecchiaccio, le montagne e un cane che fa da compagnia all’uomo. Sullo sfondo i rumori del vento, della neve che si muove, gli odori della montagna.
E, ancora più sullo sfondo, un paese e i suoi abitanti, da cui il vecchio va a prendere le provviste per l’inverno.
Fanno compagnia ad Adelmo Farandola, che vive solo da anni, i suoi ricordi, spesso sbiaditi, di un passato lontano che si mescola al passato prossimo, rendendo la sua vita un eterno presente scandito solo dal passare delle stagioni.
I ricordi del fratello.
I ricordi della guerra e di quando i tedeschi rastrellavano la valle alla ricerca di renitenti e partigiani coi loro “pesanti cappotti grigi”.
Ricordi di persone conosciute tanti anni fa.
Ricordi dell’infanzia, di quella casa sotto i cavi elettrici, che facevano impazzire tutti..
Adelmo Farandola è un uomo, solo, il cui sporco gli è diventato una seconda pelle, i cui sapori scivolano via dalle papille gustative senza lasciare quasi alcuna emozione.
Un uomo solo, di quelli che non amano i curiosi, i signori che dalla città salgono in valle in cerca di formaggi di malga, di oggetti tipici. Curiosi scacciati via col muto silenzio e con qualche sassata se serve.
Silenzi e qualche sassata anche al povero guardiacaccia, che inutilmente cerca di stabilire con lui un minimo di relazione.
In quegli anni di guerra Adelmo Farandola ha imparato il conforto di parlarsi da solo e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli”.
Nella vita dell’uomo solo, che nel racconto è sempre presentato col nome e cognome, Adelmo Farandola, ad un certo punto entra un cane, solo e sporco come lui.
E con questo cane inizia a parlare (o forse è solo anche questa un’immaginazione della sua mente che è rimasta troppo a lungo senza altri contatti), restio a dividere con questo povero essere i suoi pochi averi, ma che accetta accanto a se, nelle lunghe notti d’inverno, perfino accanto al letto.
Quando la neve là fuori isola la baita dal resto del mondo e quando i dell’inverno spaventano le persone:
Qualcuno bussa alla porta nei lunghi giorni d’inverno. Adelmo Farandola sente quei colpi la notte, ma anche di giorno, perché giorno e notte tendono a confondersi sotto gli strati di neve che trasformano la luce in un crepuscolo azzurro. Adelmo Farandola sobbalza, – Chi è? – chiede, poi finge di non essere in casa, perché non gli piace avere estranei tra i piedi, e resta immobile. Altri colpi alla porta. – Chi è? – chiede il vecchio, ma quasi sottovoce, perché non vuole sapere davvero chi bussa. E fermo, zitto, il respiro esitante.Il cane lo osserva, in attesa. – Che faccio, abbaio? – dice.– No, fermo.– Io d’istinto abbaierei.– Lo so, ma non farlo. Quelli se ne andranno presto.– Dici?Il cane inquieto aspetta i prossimi colpi, le orecchie dritte. Eccoli. Gli scappa un ringhio.– No! – gli ordina Adelmo Farandola. – O ti ammazzo a calci.E il cane mugola per la frustrazione.La notte, i colpi sono più lenti, più vaghi. È la neve che bussa, lo strato spesso di neve che avvolge tutta la baita e la nasconde al sole fino a renderla un semplice rilievo sulla superficie. È la neve che chiede di entrare.Adelmo Farandola si sveglia a quei colpi. Ha il sonno sottile, sin dai tempi della fuga dalla guerra, gli basta poco per essere destato, e poi resta per ore con gli occhi fissi nel buio, in attesa di riprendere sonno. Ma quei colpi sono così vaghi e lontani che non sa se li ha sentiti sul serio o se li ha sognati, e non sa nemmeno se ora è sveglio sul serio o sta sognando di essere sveglio. In tali momenti, al buio umido della baita fredda, gli sembra di essere tornato nella caverna della sua gioventù, giù in fondo al budello della miniera di manganese. E ha paura di muoversi e di toccare con le mani o con un gomito le pareti di roccia che si stringono su di lui e lo avvolgono e lo ingoiano come le pareti di uno stomaco.– Li senti anche tu – dice al cane di giorno. È un sollievo constatare che non se li sta sognando.– Certo che li sento anch’io – dice il cane.– Meno male.– Che faccio, insomma, abbaio?– No, no.La neve che grava su di loro si muove e vive e respira. Quei colpi sono manifestazioni della sua vitalità. Ora che li ha avvolti li sta digerendo con tutto comodo. Così viene da pensare talvolta al vecchio Adelmo Farandola. Al cane preferisce non parlare di questa sensazione, perché lo vede già inquieto e spaventato di suo, pronto ad agitarsi per ogni scricchiolio, per ogni sgocciolio. Chissà come reagirà agli schianti del ghiaccio in primavera, si dice l’uomo, visto che già ora basta un nonnulla a impaurirlo.
 
Neve, cane, piede.
Allo sciogliersi del ghiaccio, la primavera successiva, quando uscendo all’aria aperta per “ubriacarsi di bianco e pulito”, un piede umano emerge da una frana caduta a fianco dalla casa.
A chi appartiene quel piede? Chi era quella persona? Come è morto? E a chi raccontare del morto?
Adelmo Farandola sarà costretto ad un’ennesima fuga, lontano da tutti, perfino dal cane.
Lontano. Isolato. Solo. Con le sue voci..
Nel libro di Claudio Morandini c’è la montagna raccontata non secondo la classica narrazione idilliaca, buona per i turisti: è una montagna che fa paura, brulla, dove la neve ricopre i sassi e conserva i corpi come un museo, per riscoprirli al disgelo. Un territorio in cui Adelmo Farandola si sente padrone: padrone del vallone dove abita, delle rocce e delle grotte, dei camosci e degli altri animali, dell’aria e dell’acqua.
E in quel vallone vive col solo desiderio (o pazzia senile) di isolarsi dal resto del mondo, di autoesilio: desiderio che viene portato all’estremo, in fondo ad una grotta buia…
Laddove va cercato il mistero dell’uomo.
(Aldo Funicelli, Uno e Nessuno)
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