Neve, Cane, Piede” di Claudio Morandini (Exorma editore, pag. 138 ) è il libro vincitore della seconda edizione del Modus Legendi 2017 e XXIX Premio Procida Isola di Arturo –  Elsa Morante. Un romanzo all’apparenza piccolo, ma che come un albero fa crescere le sue foglie  su rami di filosofia, poesia, follia. Tutto l’intero libro è irrorato da una linfa introspettiva.

<<Adelmo Farandola lascia che la veglia e il sonno si confondano. I personaggi che si intromettono nei suoi sogni finiscono per rimanere accanto a lui anche durante il giorno.>>

 Adelmo Farandola è un uomo introverso. Un singolare eremita che vive in montagna, in solitudine. Scende a valle solo per fare provviste di cibo: compra burro, vino, sale e carni secche. Trascorre l’inverno nella sua piccola baita, sporca e trasandata, che non promette nulla di umano, che assomiglia più alla cuccia abbandonata di un cane, o al rifugio di un selvaggio.
Lì,  in quella nuda valle, dove il bianco della neve brucia la vista e la stella polare perde il Nord celeste, c’è solo lui, Adelmo Farandola. Lui e un vecchio cane che un giorno qualunque, mentre l’uomo risaliva dalla vallata, si mette sui suoi passi e decide di seguirlo fino alla baita.
In un primo momento Adelmo rifiuta la sua compagnia, cerca di allontanarlo perché non è abituato a condividere i suoi spazi, ma alla fine cede e lo accoglie in casa.  Finiranno così per trascorrere insieme il duro inverno, in quel luogo senza nome.

<<E’ un cane a suo modo saggio, o forse soltanto vecchio>>.

Di tanto in tanto, nelle zone in cui vive Adelmo, fa capolino un guardacaccia che scruta l’uomo, forse per curiosità o solo per raccontare a valle lo stato primitivo in cui vive quel tizio solitario. Per farsi beffa di lui, per avere qualcosa di cui parlare. Forse. E’ un personaggio ambiguo, questo è certo.
Adelmo Farandola vive lontano dalla città, non si sa da quanto tempo, e non si sa il motivo di questa sua scelta. Si capisce però che ha abbandonato da tempo quello status di animale urbano che contraddistingue tutti gli uomini, o di animale sociale, per citare Aristotele: Adelmo è diventatol’animale asociale di Hobbes, libero da ogni necessità ed esigenza.
Lui, come l’albatro di Baudelaireesule sulla terra, al centro degli scherni. Per le ali di gigante non riesce a camminare,   ha difficoltà a rapportarsi con gli altri uomini, mentre questi ridono di lui come fosse lo scemo del villaggio.

<<Lei avrebbe bisogno di persone. O finirà per comportarsi come gli animali che frequenta(…)Adelmo Farnadola sbuffa.>>

Il modo in cui l’uomo vive la sua solitudine rasenta l’imbarbarimento, l’animalesco: non cura la sua igiene, trascura la salute e mangia ciò che gli capita.
La sua idea di ‘normalità‘ col tempo, ha iniziato a modificarsi: critica la gente che si lava, si profuma e si pettina, perché secondo Adelmo Farandola  <<non c’è da fidarsi della gente che si lava e vive nel pulito (…) che vuole sembrare più bella di quello che è, e finge di non puzzare>>.
Solo quando la neve comincerà a sciogliersi e le provviste di cibo saranno terminate, Adelmo Farandola e il vecchio cane escono dalla baita e provano a procacciare del cibo, annusando l’aria  in cerca di qualcosa di buono.
Durante una delle loro uscite, il vecchio cane si accorge di un piede umano che sbuca da sotto un cumulo di neve. Inizieranno a chiedersi chi sia (il plurale non è improprio perché il vecchio cane parla con Adelmo), come è morto, e se non sia stato proprio lui,  Adelmo Farandola, ad averlo ucciso.

<< A furia di pensarci, gli sembra di ricordare di essere stato proprio lui a sparare>>.  

Ma i ricordi, quell’idea, quella minima possibilità che possa essere stato lui, sono troppo confusi per avere certezza. Come è potuto succedere? Quando è successo? Adelmo Farandola sa che non si è mai mosso dalla sua abitazione, e anche il vecchio cane conferma.
Adelmo Farandola – che l’autore cita sempre per nome e cognome, come fosse un elemento imprescindibile, un’identità monolitica  – sembra non avere passato, né futuro, e anche il presente pare assai offuscato per via della sua perdita di memoria a breve termine che lo farà convincere di eventi mai avvenuti, o accaduti e dimenticati.
Sembra di vivere in un sogno. Un sogno primitivo la cui unica necessità è quella di procacciarsi il cibo e di riuscire a superare un altro inverno.
Su quella montagna tutto sembra avere un ordine ben preciso. Tutto sembra avere una logica perfetta. Adelmo si è abituato a vivere secondo le leggi di quel posto. Fa parte di quel luogo come la neve, come il cane.
Ha imparato a scandire i rumori sottili e capillari della montagna: <<La gente immagina che la montagna sotto la neve sia il regno del silenzio. Ma neve e ghiaccio sono creature rumorose, sfrontate, beffarde(…)>>.
Quello che per il resto del mondo si chiama silenzio, per Adelmo Farandola è : <<un singhiozzo di pianto (…) i rumori familiari dell’eterno inverno.>>
Quello è “il suono del silenzio” di cui parlavaFredric Brown nel suo libro omonimo : Esiste un suono nel silenzio?  – si chiedeva –  (…)Vecchia, insulsa controversia sul suono. Se un albero cade nel folto della foresta dove nessuno può sentirlo, la sua caduta produce un rumore? Esiste un suono se nessuno può udirlo?”
Eppure, quella serena e solitaria vita di Adelmo Farandola –  quella natura selvaggia che  lo circonda e che potrebbe apparire asettica per quel bianco sfolgorante che disorienta – comincerà a sporcarsi proprio quando, fuori da quell’ordine, la neve si scioglie e lascia intravedere la presenza di altri elementi. Elementi che stridono con la naturale anatomia .
Le cose da dire su “Neve, Cane, Piede” sarebbero ancora tante. Per ora mi fermo qua.

(Margherita Ingoglia, Fimmina che legge)

  • Share on Tumblr