Neve, cane, piede o l’allucinazione solitaria

Neve, cane, piede è più di un romanzo o di un racconto, semplicemente per il valore rivoluzionario intrinseco che porta con sé. Il libro di Claudio Morandini è infatti il punto di arrivo di un progetto orientato alla ricerca della qualità letterariacelata nell’ambito della piccola editoria; un’iniziativa che è nata interamente sul web per poi diventare fatto concreto nelle librerie fisiche di tutta Italia. Mi riferisco a Modus Legendipiccola rivoluzione promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e supportato dal sito web Ultima Pagina, che ha visto coinvolte migliaia di persone che hanno spinto in classifica il libro edito da Exòrma. Si tratta quindi della realizzazione di un programma culturalmente ambizioso che, per la sua aura innovativa e fuori dagli schemi tradizionali, merita attenzione. Detto ciò, dopo la lettura del libro, si comprendono meglio i motivi che hanno convinto i “savi” ad inserire questo racconto nella cinquina dei libri finalisti.
Lo definisco racconto non tanto perché è un libro relativamente breve ma perché assomiglia più ad una favola che ad un romanzo mettendo in scena animali e cadaveri parlanti inserendoli in un contesto ambientale che, pur rispondendo a luoghi realistici, appare più che mai fantastico. Neve, cane, piede pur nella sua forma breve, ma anzi forse proprio per questo, è tante cose insieme ma se c’è una componente che subito si delinea chiara è l’ironia, incarnata dal vecchio e sporco cane. Ciò risulta chiaro al lettore sin dall’occhietto che reca nero su bianco il nome della collana: quisiscrivemale. Un manifesto programmatico che in realtà, in un gioco autoironico di specchi, allude proprio al contrario, ovvero alla ricerca della qualità letteraria che si concretizza, nel caso in questione, nella scrittura secca, asciutta, priva di orpelli che l’autore sa mettere su carta; uno stile che riecheggia le ambientazioni montanare in cui il protagonista si muove e che non può che essere aspro ma soprattutto essenziale. L’eroe indiscusso della storia è un uomo la cui natura più intima si evince dal fatto che

‘non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non ricorda o non vuole sapere o non vuole dire’. 

Adelmo Farandola è  il suo nome; un vecchio montanaro che vive come un misantropo in una baita incastonata in una conca di montagna, che con le sue asperità, i suoi odori, rumori e cicli stagionali é da lungo tempo la sua unica compagna. Adelmo, il cui passato emerge a sprazzi dal racconto come una nebbia lattiginosa di passato remoto, si reca in città solo ed esclusivamente al fine di fare provviste per l’inverno. Comprare i genere di prima necessità che gli permetteranno di sopravvivere per tutta la stagione fredda durante la quale si chiude in casa senza uscirne per mesi e mesi; una condizione di prigionia autoinflitta che implica il germe della follia e dell’allucinazione. L’estraneità forzata dal mondo esterno, la vocazione solitaria, l’assenza di qualsiasi contatto umano o anche animale sono tutti elementi che, al pari di un febbrone autunnale, conducono sulla strada dell’essere matti. Sulla via del ritorno a seguito delle compere in paese, lungo la salita che lo porta all’alpeggio dove dimora, si imbatte nel cane che  titolo al romanzo. Quest’ultimo pare essere l’unico essere vivente in grado di penetrare la corazza di sporcizia e solitudine che l’uomo ha deciso di costruirsi attorno tanto da stupirsi di se stesso nel momento in cui, nel suo freddo cuore, sente accendersi una tiepida fiammella di tenerezza e affetto verso il vecchio sacco di pulci del quale volente o nolente si è sobbarcato il peso. Il tempo passa e il crudo inverno si abbatte sulla vita del burbero e smemorato Adelmo Farandola, sul cane che nel frattempo si è sistemato, tra i mugugni del vecchio, nella baita e sulla baita stessa. La violenza della montagna, la sua natura di indomabile forza elementare, si abbatte sulle due misere esistenze sotto forma di una valanga che avvolge la casa sommergendola di neve, carcasse di animali e ghiaccio recludendo la strana coppia per cinque mesi.
È indubbio che la parte centrale del romanzo, ovvero il racconto della convivenza forzata dove il giorno e la notte non esistono e si sovrappongo in modo surreale e in cui i morsi della fame a lungo andare diventano belve oniriche, sia il pezzo migliore del racconto. Il luogo narrativo in cui Morandini mette a nudo Adelmo Farandola lasciando emergere la sua vena dissennata. È in questo momento dilatato nel tempo e nello spazio che il tema dell’allucinazione, cifra distintiva del personaggio assieme alla solitudine monastica, irrompe sulla pagine creando sia disagio che pena nel lettore il quale tocca con mano l’alienazione del montanaro. Quest’ultimo viene colto da allucinazioni fantasmagoriche in cui, come fosse al proprio capezzale, vede passare cortei di persone che, un tempo, appartenevano alla cerchia della sua famiglia o delle sue amicizie; si lascia andare a soliloqui riflessivi che il cane non riesce a interpretare o a ricondurre ad un discorso minimamente logico; si affanna nella stalla a cercare mucche che non esistono da tempo e soldi che invece sono fin troppo concreti.

‘Adelmo Farandola non sa se il ricordo di quel fatto lo ha ritrovato davvero nella grande confusione della sua testa, o se se l’è modellato lui sulla base dei rimuginii di questi giorni, o se ha confuso uno dei tanti sogni con il ricordo di un fatto reale, o se sta sognando anche adesso’.

Morandini crea un clima quasi soffocante dove la luce è l’eterna esclusa e l’avvento del tepore primaverile in grado di sciogliere i ghiacci rappresenta una boccata di aria fresca e un respiro di sollievo per il lettore, chiuso assieme al cane e ad Adelmo Farandola nella claustrofobica baita. La parte conclusiva del romanzo ruota attorno al ritrovamento di un piede che emerge come una spada o un tronco d’albero dalla neve frescae che non sarà immune dalla personalità psicotica e alienata del vecchio Adelmo. In conclusione Neve, cane, piedeè un libro sì sulla solitudine che rischia di essere la via più facile per la follia e la smemoratezza ma in sottofondo si legge anche l’amore per quella madre contraddittoria, fatta al contempo di carezze calorose e gelidi schiaffi, di cieli azzurri e dirupi nerissimi, che è la Montagna.

(Francesco Martinuz, Cultarena)

  • Share on Tumblr