I CONSIGLI DI SCRITTURA DEGLI SCRITTORI: CLAUDIO MORANDINI
a cura di Antonia Santopietro

Per scrivere un buon romanzo quali sono i segreti fondamentali della scrittura?
Non so se si può parlare di segreti. Però sto al gioco, e provo a enumerarne alcuni.
– Una condizione generale di incontentabilità, o di insoddisfazione, di ricerca continua, senza la quale ci sentiremmo tutti dei geni inavvicinabili.
– Non imitare i propri modelli, piuttosto litigarci (ma questo l’ho già detto in una precedente intervista, vero?).
– Non dimenticare mai che abbiamo a che fare prima di tutto con le parole, e che le parole esigono rispetto e studio.
– Le parole raccontano un’altra storia, la loro, quella di cui si sono intrise da libro a libro, per secoli: è una storia parallela a quella che stiamo raccontando con quelle stesse parole, e varrebbe la pena di ricordarselo, perché non è soltanto questione di personaggi e di plot.
– Le parole sono dispensatrici di idee narrative: un termine come “sfasciume” mi ha ispirato diverse pagine diNeve, cane, piede e di Le pietre. È una di quelle parole-paesaggio e parole-storia a cui è un peccato rinunciare.
– Sentire la “musica” in ciò che si scrive: ritmo, cadenze, velocità, cose così. Il cursus. Non è un’eleganza fine a se stessa, o un indugio decadente fuori tempo massimo: è uno dei migliori antidoti alla sciatteria.
– Leggersi a voce alta, magari: è un modo efficace per verificare quasi tutti i punti precedenti.

Scrivere aiutandosi con uno schema o in modo libero?
Libero, libero (ma qui parlo di me, delle mie abitudini, non do ricette, non mi sognerei di imporre decaloghi). Gli schemi si costruiscono da sé, man mano, e sono ogni volta diversi. Nel mio caso, lo schema nasce dalla materia, è la messa a punto di quanto si è andato già formando: non precede, piuttosto segue. Potrà sembrare un metodo antieconomico, ma è l’unico in cui mi riconosco.
Se proprio sento il bisogno di uno schema solido, e allo stesso tempo diverso dalle convenzioni correnti, lo scovo altrove, per esempio nelle forme musicali: con Neve, cane, piede ho fatto così, la struttura è grossomodo quella tripartita della sonata, Allegro-Adagio-Allegro; e uno dei miei romanzi precedenti, Rapsodia su un solo tema, era già dal titolo un gioco tra forme musicali, saggio e romanzo (ma restava romanzo).

Quante ore al giorno è bene scrivere?
È bene non fissarsi dei termini, a meno che naturalmente non si viva della propria scrittura, o non si sia strangolati da scadenze troppo vicine, o non si sia predisposti a una routine quasi impiegatizia della scrittura. Ma dove sarebbe il piacere, in questo caso? Dove starebbe quella condizione di eccitazione controllata che rende impareggiabile lo scrivere?
Insomma, non mi riconosco nel motto “Nulla dies sine linea”. Possono passare mesi senza che io prenda in mano la penna (è una metafora, scrivo al computer) per una storia. Scrivo quando mi viene. Allora sì, scrivo tanto, per ore e ore.
Non mi riconosco nemmeno nella figura dello scrittore notturno, insonne, così inguaribilmente tardoromantica. Di giorno è sicuramente meglio – la mattina, in particolare. Già il crepuscolo è troppo tardi: dopo cena non riesco a mettere insieme due frasi di fila e mi riduco così a un’insopportabile paratassi.

Si corregge durante o solo alla fine?
Mah, io tendo a correggere solo verso la fine o, diciamo, quando ho da parte un sostanzioso numero di pagine. Immagino di avere comunque una certa predisposizione al filtro linguistico e stilistico già prima, al momento delle stesure iniziali.

Volendo definire un metodo efficace quale ti sentiresti di proporre?
Mantenere lo stupore dall’inizio alla fine. La storia deve sorprendere prima di tutto chi scrive. Non tentare di governarla e, per così dire, tiranneggiarla. Lasciare spazi aperti, e alla fine arrestarsi un po’ prima del dovuto.

Come si interagisce e quando con un editor?
I consigli vanno ascoltati, tutti; le esortazioni soppesate sempre con attenzione. Mi pare che l’atteggiamento più proficuo e meno ansiogeno per chi scrive sia quello di fare tesoro dei suggerimenti altrui, soprattutto se vengono da persone che hanno più fiuto per aspetti, come la leggibilità e la commerciabilità, con cui uno scrittore non sempre ha dimestichezza.
Il mio editor ideale è quello che rispetta il mio lavoro, lo conosce meglio di me, lavora per levare opacità e incoerenze, per imprimere ritmo e dosare effetti. Sa dirmi quanto, di quello che avevo supposto, raggiunge l’effetto voluto e quanto no. Non va alla ricerca di un’uniformità impersonale, ma mi aiuta a far risuonare meglio la mia voce. Capisce le mie ansie stilistiche e sa rassicurarmi. Sa discutere con me, argomentare, convincermi – o convincersi, nel caso io sostenga qualcosa a cui tengo particolarmente.
Ah, e soprattutto: non mi massacra il testo solo perché si sente Gordon Lish.

Quali consigli daresti a un esordiente?
Non so mai cosa dire agli esordienti, quando mi si pone questa domanda. A volte dico: leggere, accanitamente, a partire dai classici (anche a costo di suonare come un trombone). Altre volte dico: non guardate tutti quei telefilm, non vi fa mica bene! Cercate la vostra voce, non imitate quella degli altri. Non abbiate fretta. Non mettete per forza tutto il mondo in un solo romanzo, sennò che ci metterete nel secondo? Non incarognite sui social. Cose così.
(Non c’entra molto, ma pare che il fenomeno della caccia agli esordienti da parte delle case editrici stia tramontando: da autore ormai anziano, non posso che rallegrarmene.)

(Antonia Santopietro, ZEST Letteratura Sostenibile)

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