Tra paura e vuoto
di Domenico Calcaterra

Che Claudio Morandini sia, tra gli scrittori italiani, uno degli interpreti più credibili di un’idea di letteratura intesa come gioco artigianale, riuso (tutto stravinskijano) degli elementi messi a disposizione dalla tradizione, mi pare sia un dato più che acquisito. A testimoniarlo l’affinatissima disposizione a trasformare ogni potenziale idea narrativa in una solida costruzione, in cui tutto è magistralmente tenuto insieme. Così, solo per citare alcune delle sue prove, si pensi a un libro straordinario come Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni, 2012), o al teatrino di varietà manicomiale concepito con A gran giornate (La Linea, 2012), vero e proprio spartiacque nel cimento dell’autore, se ad esso sono seguiti due libri diversi e solo in apparenza distanti come Neve, cane, piede (Exòrma, 2015, cfr. “L’Indice”2016, n. 6) e il più recente Le pietre, a formare, insieme al precedente, un dittico che ha per sfondo la montagna. Dopo Neve, cane, piede, in cui le amnesie del burbero montanaro Adelmo Farandola erano chiamate a mimare un senso d’indeterminatezza, perdita di contatto estrema con la piena realtà, con Le pietre lo scrittore aostano conferma la vocazione di grande orchestratore-affabulatore, scrivendo un romanzo questa volta corale e dalla trama esigua. Se Adelmo Farandola sembrava discendere dalla medesima schiatta di figurine stralunate viste in A gran giornate, con quel suo essere transumante involontario tra il certo e l’incerto, sperimentando la fragilità del tempo come sua propria dimensione, gli abitanti delle comunità di Testagno e Sostigno, protagonisti di questo romanzo, a causa della misteriosa comparsa delle pietre cui si rimanda sin dal titolo, sono costretti a una “transumanza” “trasformati in nomadi sempre in marcia tra l’alto e il basso”.

E in effetti un’eccitata iperattività, un continuo e sotterraneo sommovimento, è la cifra distintiva di un romanzo polifonico in cui la scrittura viene accordata a questo instabile e misterioso palesarsi e proliferare di pietre. Il racconto mette insieme eventi recenti e passati, che hanno come fulcro la villa dei coniugi Saponara, pensionati ritiratisi in montagna, luogo ove per primo si rivela l’inspiegabile fenomeno del materializzarsi dal nulla delle pietre. La spiazzante grottesca apparizione in casa Saponara diventa per lo scrittore il pretesto per tratteggiare l’umanità sgangherata di coloro i quali, confrontandosi con il curioso accadimento, tentano di affrontare, spiegare, risolvere o solo esorcizzare lo scompiglio entro cui piomba la tranquilla vita dei sostignesi, divenuti sempre più ostaggio di pietre “dispettose, vendicative, cocciute, stupide”: dal trio Giacometti, Tarella, Cappon che mettono su un’impresa per dragare il fiume, convinti che l’origine del problema sia legato ai detriti trasportati dal corso d’acqua, a don Danilo, che in esse vede l’incarnazione di un Male cieco che non agisce secondo giustizia e che, al contrario, colpisce gli uomini, a prescindere da ogni ragionieristica computazione dei meriti.

È evidente che anche in questo libro la penna di Morandini attinge a un’accezione larga di realismo che gli è propria e che gli consente una totale libertà di registri (dal grottesco al tragico), principiando dal presupposto che la realtà, per essere non dico compresa, ma affrontata nella sua complessità, debba essere spremuta (“la realtà ci piace forzarla”). Ritroviamo, per fare riferimento a uno dei personaggi del romanzo (Agnese), “il gusto delle storie raccontate per benino, senza fretta, senza voler dimostrare qualcosa a tutti i costi”, con quella spiccata propensione a farsi musicale del dettato dello scrittore. Per quella bulimica attitudine a popolare i suoi romanzi di personaggi borderline, più volte è capitato di accostare la sua maniera a quella d’un altro scrittore la cui letteratura si è venuta sempre più caratterizzando per la capacità di tracciare genealogie finzionali, al limite tra l’assurdo e la follia, come Francesco Permunian. Ecco: il Morandini maturo ci appare come un Permunian dotato di un più educato senso della misura (forse se un limite si vuole rinvenire in quest’ultima prova narrativa, è proprio il percepire l’ansia dello scrittore nel voler dominare la materia narrata: Morandini non si lascia andare mai abbastanza!). L’autore per confezionare questo secondo tomo di ambientazione montanara confida di aver attinto anche alle letture di gioventù (in coda al romanzo rammenta lo strano caso delle “pierres frappantes de Issime”), ma quale presenza mimano le pietre, vere protagoniste del romanzo? La ridda di congetture che qui divide superstiziosi, scienziati, scettici, ottimisti, circa la possibile origine del fenomeno è il vero fuoco metaforico esibito lungo tutto il romanzo, epitome di un’umanità schiacciata tra i poli opposti di un’atavica paura e di un consumato senso di vuoto: condizione della quale non si riesce a venire a capo, stretti nel cul-de-sac di una disperata e disperante ricerca di prove.

(Domenico Calcaterra, L’Indice dei libri del mese, febbraio 2018)

 

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